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 Siglato l’accordo fra Trenitalia e Ospedale Pediatrico Bambino Gesù per agevolare i viaggi dei piccoli pazienti e delle loro famiglie. Chi deve raggiungere da fuori Roma le sedi dell’Ospedale per visite mediche, analisi e ricoveri, può usufruire fino al 31 dicembre 2018 di uno sconto del 20% sulla tariffa base adulti per l’acquisto di biglietti ferroviari di Frecce e Intercity (Giorno e Notte) in 1^ e 2^ classe nei livelli Executive, Business, Premium e Standard, e nei servizi cuccette, vagoni letto e vetture Excelsior. L’agevolazione è cumulabile con lo sconto del 50% previsto per i minori di 15 anni.ùTrenitalia è anche partner della Fondazione Theodora Onlus che dal 1995 aiuta i bambini e famiglie ad affrontare la prova del ricovero, attraverso la visita di 30 Dottor Sogni. Questi artisti professionisti ogni anno regalano magia, allegria e affetto a oltre 35.000 piccoli pazienti in 18 ospedali italiani. Per loro fino al 31 dicembre 2017 sconto del 60% sul ticket ferroviario e biglietti a/r gratuiti delle Frecce per gli spostamenti legati all’organizzazione delle iniziative.

La legge sul testamento biologico è bloccata in Commissione Sanità, ostaggio dei 3mila emendamenti presentati da Lega e centristi. Ma in Parlamento quando il gioco si fa duro, qualcuno tira fuori dal cilindo l’ipotesi «canguro». Il meccanismo di prassi parlamentare, che durante il voto dell’Aula permette di accorpare gli emendamenti fotocopia, con contenuto analogo, facendo passare o cadere il singolo emendamento capofila. Come una palla che fa cadere i birilli. Il dubbio è se si può usare per il voto in Commissione. Lo hanno richiesto i senatori Cinquestelle per velocizzare le procedure e, oggi, la presidentissima Emilia De Biasi (Pd) ha scritto al presidente del Senato Pietro Grasso per un parere sulla fattibilità. Quello che è certo è che i tempi stringono. E mentre i centristi di Ap hanno ritirato 200 emendamenti, la Lega resiste. Con il blocco indigesto dei 1.500 emendamenti che resta lì. Canguro o non canguro.

La risposta di Grasso: serve unanimità o calendarizzazione 
E sul canguro, in serata è arrivata la risposta del presidente Grasso. Per poter ricorrere in commissione Sanità al meccanismo salta-emendamenti bisogna raggiungere l'unanimità dei consensi oppure mettere prima il provvedimento nel calendario dell'Aula. Ma l’unanimità di consensi da parte dei senatori sull’utilizzo del canguro sarà verosimilmente impossibile da ottenere . Quindi il meccanismo sarà difficilmente applicabile in questa situazione già in bilico. 
Grasso conferma i “rarissimi” precedenti richiamati dalla De Biasi e spiega che «l'applicazione dell'istituto in commissione, che discende dall'articolo 102, comma 4, del regolamento, è stata infatti sempre subordinata alla non contestazione da parte della generalità dei componenti della Commissione o all'imminente calendarizzazione del provvedimento in Assemblea».
«Rimetto pertanto al suo apprezzamento - conclude la lettera di risposta di Grasso - la valutazione circa la sussistenza in concreto delle predette condizioni per il disegno di legge in questione».

Le lettere dei senatori a vita e le regole di Palazzo Madama 
Nel mezzo, tra la decisione sull’applicabilità del canguro e l’approvazione della legge elettorale, c’è il destino appeso di una legge attesa da milioni di italiani. Oggi in una lettera diffusa dai media dal titolo “La dignità della vita ferma in Parlamento”, i senatori a vita Elena CattaneoMario MontiRenzo Piano Carlo Rubbia hanno chiesto di accelerare i tempi e approvare una legge che non ha nessuna ragione di essere bloccata.

Una legge appesa oltre che ai destini dei giochetti parlamentari, alle complicatissime e farraginose regole del Senato. Per cui, nulla è scontato. Ora si gioca la carta del canguro, ma domani la partita decisiva sarà una soltanto. L’invio del testo in Aula senza relatore con un voto quasi certamente a scrutinio segreto. E per farlo, la proposta dovrà arrivare dalla presidenza di commissione, ma la decisione spetterà ai Capigruppo e al presidente Grasso.

La lepre, la tartaruga e il canguro 
Sarebbe una sconfitta politica, ma forse resta, come scriviamo da tempo l’unica opzione realistica. Il cammino in commissione è ormai in dirittura d’arrivo e gli umori di chi aspetta la legge sono cupissimi. la senatrice Nerina Dirindin, ex Pd ora Mdp-articolo 1, ha tuonato perché si sta perdendo tempo prezioso, pur essendoci i numeri per approvare la legge. Più drastica l’associazione Coscioni chiede che la presidente De Biasi «Si dimetta come promesso, altrimenti sarà responsabile di 5 anni persi». Perché, spiegano in una nota, «le sue dimissioni restano l'unica strada procedurale percorribile per registrare una svolta significativa così da lasciare ai Capigruppo la trasmissione del provvedimento direttamente all'aula senza relatore».
La prossima settimana sarà quella decisiva: si chiuderà sulla legge elettorale e poi sarà chiara la sorte del ddl sul fine vita. Non c’è scampo, la settimana prossima bisognerà definitivamente decidere. Perché poi comincia il percorso di approvazione della legge di Bilancio.

Non tutto è perduto. Come racconta la favola di Esopo, nella corsa per la vittoria non è scontato che la tartaruga (in questo caso la legge sul biotestamento) resti in balia della più rapida lepre (gli emendamenti dei ostruzionisti centro-leghisti). Perché, realisticamente, che sia per via del canguro che sia per il voto senza relatore, la legge è ancora possibile portarla a casa in questa legislatura. E la furba lepre per una volta dovrà farsene una ragione.

Sprechi e corruzione inigantiscono la spesa sanitaria in Italia.  Ma sembra che questo malcostume sia in comune con tanti altri Pasi. Il rapporto OCSE «Tackling Wasteful Spending on Health» 2017 riferisce che in media nei paesi OCSE un quinto della spesa sanitaria andrebbe utilizzato meglio perché non migliora gli outcome di salute. Di questa media non entra nel dettaglio, ma cita tre studi (statunitense, australiano e olandese) ciascuno con calcoli precisi riferiti alla propria realtà nazionale. Nel report OCSE si analizzano poi singole spese e procedure, sottolineando le differenze, spesso rilevanti, tra i diversi stati membri. Gli sprechi in Italia sono invece stati conteggiati dall’ultimo rapporto Gimbe 2016 sulla sostenibilità del SSN, secondo cui ammonterebbero esattamente a 22,51 miliardi, ovvero al 20% del totale della spesa sanitaria 2016 di 112,54 miliardi.

Il dato deriva dalla trasposizione in Italia della valutazione degli sprechi del sistema sanitario statunitense fatta da Berwick e Hackbarth e pubblicata nel 2012 su JAMA 1. Nel lavoro, vengono individuate sei possibili categorie di sprechi (frodi ed abusi, overtreatment, complessità amministrativa, acquisti a costi eccessivi, inadeguato coordinamento dell’assistenza e sottoutilizzo) e vengono sommate le stime più basse per ciascuna categoria, il cui totale è pari ad 1/5 della spesa totale americana per il servizio sanitario.Ma gli sprechi statunitensi sono davvero traslabili in Italia?
Sicuramente i costi sono differenti: la spesa sanitaria in USA rappresenta il 16.4% del pil per un totale di circa $ 3.1 trilioni/anno per 325 milioni di abitanti, contro l’ 8.8% dell’ Italia.Nel 2015 la spesa sanitaria americana pro-capite è stata di 9541 dollari, ovvero due volte e mezza la media dei paesi OCSE, in Italia di soli 3272 dollari l’anno (un terzo di quella statunitense e comunque al di sotto di tutti i principali paesi europei ). La sanità americana è più costosa ma non la migliore- Gli Stati Uniti hanno poi tassi di povertà e di disuguaglianza più elevati rispetto alla maggior parte dei paesi ad alto reddito: sono all'ultimo posto per l'accessibilità del sistema sanitario, con un notevole distacco dal paese penultimo classificato, la Svizzera.Nonostante le importanti diseguaglianze sociali, se gli esiti di salute vengono disaggregati per reddito e scolarità, si riscontra che anche le classi sociali più alte hanno una salute peggiore delle corrispettive europee.

Pur in presenza di innegabili sprechi, la sanità italiana è più efficiente di altre in Europa: secondo la classifica dei sistemi sanitari elaborata dal Lancet13, sulla base dei dati del Global burden of desease, su 195 paesi l’ Italia si classifica al dodicesimo posto, tre posizioni sopra la Francia e meglio della Germania, solo ventesima, mentre il Regno Unito è al trentesimo posto e gli Stati Uniti addirittura al 35esimo. Secondo la classifica stilata dal Bloomberg Global Health Index inoltre, l’Italia ha in assoluto la miglior salute del pianeta, considerando indicatori tra cui la durata media della vita, la nutrizione, la salute mentale e fattori di rischio come tabagismo o pressione sanguigna.

 

“La Legge sulla Concorrenza è una legge mal fatta, approvata frettolosamente dopo essere stata ferma in Parlamento per anni, e che rischia di prestare facilmente il fianco al contenzioso, oltre a lasciare seri dubbi procedurali”. E’ questa una delle accuse più frequenti mossa proprio alla cosideetta legge sulla concorrenza. E qualche dubbio comincia a serpeggiare anche tra le fila del ministero della Salute al punto da convincere a chiedere, su alcune criticità della legge che rischiano di dare origine a un contenzioso cospicuo in termini di ricorsi al Tar da parte dei farmacisti, delle Asl e anche dei soci di capitale, un parere al Consiglio di Stato “per chiarire i molti punti oscuri e prevenire o dirimere il contenzioso stesso”. Se ci si dovesse redere  conto che la norma va chiarita, sarà necessario – ne sono convinti al Ministero -  pensare ai correttivi. E questa sembra la strada più rapida per dirimere il contenzioso. Anche il coordinatore degli assessori alla Salute della Conferenza delle Regioni, Antonio Saitta, che è anche assessore alla Salute del Piemonte ha detto la sua : “Un parere del Consiglio di Stato? Se la legge fosse stata fatta bene, non ci sarebbe stato bisogno di alcun parere”, 

Il federalismo sanitario ha spaccato definitivamente  l’Italia. Anzi l’ha spezzettata con  un una serie di situazioni che spesso non penalizzano il Sud, ma sono negative anche verso il Nord. Dai tempi di attesa, all’erogazione dei farmaci, dalla copertura vaccinale alla gestione dell’emergenza urgenza, dai servizi per i malati oncologici agli screening per i tumori, sono ancora troppe le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari che incidono sulla salute dei cittadini. Lo denunciano i dati contenuti nel  Rapporto dell’Osservatorio civico sul federalismo in sanità, edizione 2016, presentato da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato. Al Sud si concentrano le regioni con maggiori problematicità, ma si riscontrano anche eccezioni positive nel Meridione,  così come Regioni del Nord che faticano più del passato a mantenere  i livelli di performance  nell’ erogazione dei servizi sanitari ai cittadini. 

L’Italia dunque continua ad essere spaccata in due, aumentano le regioni che non sono in grado di rispettare i Livelli essenziali di assistenza, nonostante l’affiancamento dei Ministeri preposti. Aumenta l’incoerenza  tra il livello di qualità e accessibilità ai servizi e il livello di tassazione, i piani di rientro hanno prodotto effetti dal punto di vista economico ma in troppi casi non hanno centrato l’obiettivo della riqualificazione dei servizi. È evidente che così le cose non possono più andare avanti. Ecco una serie di esempi che emergono dal rapporto di Cittadinanzattiva.

Nel 2015 passano da 3 a 5  le regioni che non rispettano i Lea nonostante l’attuale sistema di affiancamento dei ministeri competenti: al Molise, Calabria e Campania, che versa in condizioni di particolare criticità (da un punteggio di 139 nel 2014 a 106 nel 2015), si aggiungono Puglia (da 162 del 2014 a 155 nel 2015) e Sicilia (da 170 nel 2014 a 153 nel 2015).

In alcune regioni, a Lea e servizi critici corrispondono livelli di tassazione Irpef più alti e le Regioni inadempienti ai Lea, ad eccezione della Calabria, hanno aumentato l’Irpef tra il 2013 e il 2015.  Nel 2015 si oscilla tra i 620 euro di addizionale Irpef media per contribuente del Lazio ai 460 di Campania e Molise, ai 360 della Toscana, ai 300 del Veneto, sino ai 270 della Basilicata. Rilevante l’aumento dal 2013 al 2015 nel Lazio (470€ / 620€), Piemonte (410€ / 510 euro), Liguria (360 euro / 400 eur).

Piuttosto differente anche la quota di ticket pro capite sostenuta dai cittadini: nel 2016 si passa dai 32,9€ della Sardegna ai 96,4 euro della Valle d’Aosta, passando per i 60,8 euro del Veneto, secondo i dati della Corte dei conti.

Sono in particolare i cittadini di Abruzzo, Basilicata, Campania, Liguria, Marche, Puglia a segnalare, lo scorso anno al Tribunale per i diritti del malato, il problema delle difficoltà di accesso alle prestazioni a causa delle liste d’attesa; ma non mancano anche difficoltà per i cittadini della Toscana, dell’Emilia Romagna e dell’Umbria nonostante abbiano avviato politiche regionali di governo dei tempi d’attesa.

Tempi di attesa record. Le attese più lunghe si registrano per la mammografia: 122 giorni nel 2017 (+60 gg rispetto al 2014) ossia quasi 4 mesi in media, passando dagli 89 gg del Nord-Ovest ai 142 gg del Sud ed isole; segue la colonscopia con 93 giorni in media (+6 gg), con punte di 109 gg al Centro e un minimo di 50 gg al Nord-Est; per la visita oculistica si attendono 87 giorni (+18 gg rispetto al 2014) con un minimo di 74 gg al Sud-isole e 104 gg al Nord-Est. Anche dall’ultimo monitoraggio del Ministero della salute (2014), Calabria, Campania, Lazio e Molise risultano inadempienti nell’indicatore relativo alle liste di attesa. 

Riguardo al disagio economico a causa di spese sanitarie non rimborsate dal Ssn, le famiglie delle Sardegna e della Sicilia risultano essere quelle più in difficoltà. All’estremo opposto troviamo quelle di Emilia Romagna e Trentino-Alto Adige dove solo rispettivamente il 2,6% e il 2,1% delle famiglie residenti è in condizioni di disagio economico per spese sanitarie. 

L’importo del ticket per le prestazioni sanitarie varia di regione in regione. Ad esempio, per una visita specialistica si passa dai 16,5 euro delle Marche ai 29 del Friuli Venezia Giulia, per l’analisi dell’ormone della tiroide (TSH) si passa dai 5,46 della Liguria ai 13,22 della Sardegna. Per quanto riguarda il superticket sulla ricetta, solo Basilicata, Sardegna e Provincia autonoma di Bolzano non lo applicano, 8 Regioni (Abruzzo, Liguria, Lazio, Molise, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia) applicano la quota aggiuntiva di 10 euro su ogni ricetta, le restanti applicano misure alternative alla quota fissa.

Il tempo ritenuto accettabile per un soccorso efficace degli operatori sanitari è compreso entro i 18 minuti, ma le differenze regionali riscontrate dall’ultimo monitoraggio Lea  sono notevoli: punte minime si registrano in Liguria (13 minuti), Lombardia (14 minuti), Lazio (15 minuti), Toscana, Emilia-Romagna, Sicilia, Friuli-Venezia Giulia, Marche e Piemonte. Alcune regioni, invece, fanno registrare intervalli di attesa fuori dal range di normalità: è il caso in particolare della Sardegna (23 minuti), della Calabria e Molise (22 minuti) ma soprattutto della Basilicata (27 minuti). È interessante notare che alcune regioni peggiorano i loro risultati ed in particolare la PA di Bolzano che dai 10 minuti del 2014 passa ai 19 minuti del 2015.

Anche rispetto alla presenza di Osservazione Breve Intensiva, requisito essenziale dei Dea di I e II livello si registrano differenze territoriali: l’OBI nei DEA di I livello sono presenti in tutte le strutture del nord monitorate da Cittadinanzattiva e SIMEU, nell’81% dei casi al centro e ne 69% al sud. Nei DEA di II livello invece la situazione cambia: 100% al centro, 78% al nord e 76% al Sud.

Attraverso il Monitoraggio civico delle strutture oncologiche italiane, realizzato dal Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva nel 2016, nel 42% delle strutture occorrono in media 15 giorni per l’inserimento di farmaci oncologici innovativi nel Prontuario Terapeutico Ospedaliero (PTO). Ci sono poi strutture sanitarie che impiegano dai 2 ai 3 mesi (7%) e fino a 120 giorni, cioè 4 mesi (9%), per inserire farmaci innovativi dopo l’approvazione nazionale. Inoltre, solamente il 52% delle strutture prevede procedure per il sostegno dei costi dei farmaci non passati dal Ssn.

A livello territoriale, per l’inserimento dei farmaci oncologici nel Prontuario terapeutico ospedaliero  si va da un minimo di 1 giorno  ad un massimo di 90 giorni al Nord, da un minimo di 3 ad un massimo di 200 giorni  al Centro e da un minimo di 7 ad un massimo di 90 giorni al Sud e Isole .

Sul fronte dei farmaci equivalenti, si registra un uso più diffuso nella Provincia Autonoma di Trento con il 41,1%, mentre la Basilicata è quella che ne utilizza di meno con il 18,3%. Emilia-Romagna (34,3%), Friuli-Venezia Giulia (33,2%), Liguria (30%), Lombardia (36,8%), Toscana (32,7%) e, Valle d’Aosta (32,2%) presentano dati sovrapponibili.

In termini di spesa, invece, rispetto al resto di Italia, chi abita in Emilia Romagna (25,5%), Lombardia (24%), PA di Trento (28,5%), acquista più farmaci equivalenti mentre la spesa più bassa si registra in Calabria (12%), Basilicata (12,3%) Campania e Sicilia (13,4%), Puglia (14,8%) e Molise (14,7%). La media italiana di spesa per i farmaci equivalenti è del 18,8% rispetto al totale della spesa farmaceutica privata.

 Quanto all’investimento per la messa in sicurezza e ammodernamento strutturale e tecnologico è di 24 miliardi. Queste risorse sono state spese dalla P.a. di Bolzano, Friuli Venezia Giulia e Calabria che hanno destinato il 100% delle risorse agli ospedali, seguiti dalla Campania, P.A. di Trento, Puglia. Nel 2015 però i cittadini continuano a segnalare al Tribunale per i diritti del malato, fatiscenza delle strutture (28,1%), scarse condizioni igieniche (30%) e problemi con macchinari e strumenti perché rotti o malfunzionanti (42%). Anche secondo il rapporto 2017 della Corte dei conti, oltre il 30% delle apparecchiature ha un’età superiore ai 10 anni; solo il 30% delle Tac è stato collaudato da meno di 5 anni e questa percentuale scende al 27% nel sud del Paese. 

Per quanto riguarda i tempi di attesa per le prestazioni diagnostiche e specialistiche  in caso di sospetto diagnostico,  i dati del Monitoraggio delle strutture oncologiche di Cittadinanzattiva mostrano che al Nord l’80% delle persone in condizione di urgenza accede entro le 72 ore stabilite. Percentuali peggiori sono rilevabili al Centro (72%) e al Sud (77%). Maggiore tempestività per quanto riguarda l’accesso all’intervento chirurgico a seguito di diagnosi oncologica. Al Nord il 100% dei cittadini accede entro 60 giorni, al Centro l’88% e al Sud il 77%. Nota piuttosto dolente appare essere l’accesso alla radioterapia e allachemioterapia che, soprattutto al Centro e al Sud, non viene garantita entro 30 giorni nel 100% delle strutture ma solo rispettivamente nell’84% e nel 86 per cento.

Il rapporto propone poi un programma di azione per il contrasto alle disuguaglianze in sanità

1) Attuazione, non solo recepimento formale, di provvedimenti (leggi, decreti, ed in particolare accordi stato regioni) approvati. In particolare è necessario aumentare la capacità di monitoraggio e verifica del ministero della Salute nei confronti delle regioni e di applicare gli strumenti di intervento, come il commissariamento, nei casi di inadempienza, come previsto dall'art. 120 Costituzione.

2) Rafforzare, innovandolo, l'attuale sistema di monitoraggio dei Lea attraverso:

- la partecipazione di rappresentanti di cittadini, elemento di terzietà, nella Commissione nazionale per l’aggiornamento dei Lea; -  l'aggiornamento degli indicatori inserendo questioni prioritarie per i cittadini.

3) Rivedere lo 'strumento' dei piani di rientro: dalla verifica quasi esclusiva sui conti, al rafforzamento della garanzia dei servizi.

4) Ridurre e intervenire sulle attuali differenze di performance degli apparati amministrativi regionali e aziendali.

5) Eliminare le duplicazioni di centri decisionali, responsabilità e funzioni tra i diversi livelli (centrale, regionale e aziendale), come accade nell'ambito dell'assistenza farmaceutica.

6) Lavorare alla revisione delle norme sui ticket abolendo innanzitutto il superticket, tassa iniqua che ha alimentato le disuguaglianze e aumentato i costi delle prestazioni sanitarie, costringendo le persone a rinunciare alle cure, pur avendone bisogno.

 

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