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Preoccupazioni durante l’Assemblea Generale dell’ARIS

Non ci sono alternative: per salvare il salvabile le istituzioni socio-sanitarie gestite da enti e congregazioni religiosi devono trovare nuove sinergie tra loro, fare rete non a parole ma con fatti concreti, e farlo in tempi rapidissimi, altrimenti sarà tutto il sistema sanitario religioso a correre seriamente il pericolo di scomparire dal panorama sanitario nazionale. I vescovi italiani sono pronti a scendere in campo accanto alle istituzioni, ma invitano  le Congregazioni, delle quali le istituzioni stesse sono un’emanazione, a riscoprire  il senso di appartenenza alla Chiesa, a dare nuovo vigore al carisma fondativo, a seguire l’idea di Chiesa così come la sta riproponendo Papa Francesco, a rinforzare il legame con la Conferenza Episcopale affinché, ciascuno secondo le proprie competenze, possa contribuire a costituire una forza capace di affrontare e superare le sfide del nostro tempo, in spirito di sincera, aperta e trasparente collaborazione. Sono alcune delle indicazioni scaturite nel corso dell’Assemblea Generale dell’ARIS, svoltasi questa mattina, martedì 15 dicembre, presso la sede nazionale. Scarsa la partecipazione, ma assai viva e interessante la discussione animata da un chiarissimo messaggio del Segretario Generale della CEI, S.E. Monsignor Nunzio Galantino, letto all’assemblea da Don Carmine Arice. Il testo è in allegato.

In precedenza il presidente nazionale fratel Mario Bonora aveva presentato il rescritto papale con il quale Papa Francesco ha istituito la Pontificia commissione per le attività del settore sanitario delle persone giuridiche pubbliche della Chiesa (il cui testo è stato pubblicato su questo sito lunedì scorso, 14 dicembre) annunciando praticamente il diretto e vincolante intervento della Santa Sede nell’attività che le Congregazioni svolgono nel mondo sanitario. Nella discussione seguita sono venuti alla luce tutti i nodi di una situazione estremamente complessa e complicata che, se non dovesse trovare soluzione immediata, rischierebbe di trascinare nel baratro altre istituzioni associate. Da parte di alcuni intervenuti sono state illustrate situazioni veramente difficili delle quali “i vescovi - è stato detto - non sono neppure a conoscenza”. Altri hanno sottolineato “l’indifferenza con la quale istituzioni consorelle guardano alla sofferenza delle strutture in difficoltà”, così come è stata denunciata “l’assurda mancanza di qualsiasi tipo di rapporto, anche soltanto dal punto di vista umano, tra  Congregazioni, tra istituzioni associate distanti tra di loro solo poche centinaia di metri, e addirittura tra istituzioni appartenenti alla stessa Congregazione, che anzi  spesso percorrono strade diametralmente opposte”. Difficile in questo contesto “continuare a chiedere ai laici impegnati nelle stesse strutture a costruire reti, ad essere testimoni credibili, più che credenti, quando poi l’esempio dei superiori è inesistente o addirittura contrario.”

Chiamato direttamente in causa don Carmine Arice, Direttore dell’Ufficio di pastorale sanitaria della CEI in rappresentanza del Segretario Generale, nel rispondere ad alcuni interventi, ha innanzitutto tenuto a precisare che “sino ad oggi alla CEI non è stato consentito di intervenire direttamente nelle questioni specifiche delle Congregazioni religiose e delle loro emanazioni” in nome delle sempre rivendicate “piena autonomia” e “libertà di azione”. Allo stesso modo, ha aggiunto Arice, non è stato consentito alla CEI di entrare nel merito delle situazioni a causa del muro sollevato dalle stesse Istituzioni e del diniego apposto ad ogni richiesta di informazioni dettagliate sulla gestione delle istituzioni più o meno in difficoltà. “Lavorare insieme - ha concluso - significa lavorare in una casa con le pareti trasparenti”. Non si chiama il medico al capezzale del malato, ha detto in sostanza, solo quando sta per morire e tuttavia non si è disposti neppure a informarlo su quali medicine ha assunto il paziente. E il paziente costituito oggi dalle istituzioni associate che si trovano in seria difficoltà, se non soccorso da qualcuno che non abbia altro interesse che mantenere in vita una presenza cristiana nel mondo della salute, rischia di andare ad aumentare, in modo esponenziale, il già di per sè forte declino di questa presenza nel mondo sanitario, come drammaticamente illustrato, dati alla mano, all’Assemblea dai relatori di CERISMAS e CERGAS (Università Cattolica e Bocconi).

 

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