Notizie dalle sedi regionali

La delibera per la gestione delle cronicità della Regione Lombardia non convince tutti i medici della Regione. E scatta il ricorso al Tar. A presentarlo “Medicina democratica”, movimento nato nel 2003 ormato, come si legge sul proprio sito, “da medici, ricercatori ed altri tecnici della prevenzione e della sanità insieme ai più svariati soggetti, cittadini utenti del Servizio Sanitario Nazionale”, e, come si apprende sempre dal sito del movimento, in prima linea anche contro il decreto vaccini recentemente varato dal Governo.

Per la Sanità lombarda la partita è epocale. Se tutto va per il meglio, con i dottori che vengono convinti ad aderire al progetto del Pirellone, la vita della popolazione con malattie croniche può decisamente migliorare. In caso contrario c’è il rischio concreto di un fallimento totale del nuovo modello di cure. Con un danno per i cittadini e la perdita della faccia di chi si è speso per il cambiamento, dal governatore Roberto Maroni all’assessore della Sanità Giulio Gallera. E’ uno dei punti clou della mini riforma sanitaria in Lombardia. Tutto ruota intorno alla cura dei cronici. Un numero esorbitante di pazienti: solo a Milano città sono 427 mila, nell’area metropolitana (fino all’hinterland, alla Martesana, a Melegnano e a Lodi) un milione 112 mila 547, in tutta la Lombardia oltre tre milioni.

In pratica coloro che soffrono di ipertensione, diabete, ipercolesterolemie, cardiopatie, scompenso cardiaco, ipotiroidismo e di tutte le altre patologie croniche (complessivamente ce ne sono sessantacinque tipi) rappresentano il 30 per cento degli assistiti, come mostrano i documenti dell’Ats cittadina. Uno su tre. A partire dal prossimo inverno tutti i malati cronici hanno diritto ad avere un «piano di assistenza individuale». Nessuno di loro deve più preoccuparsi di prenotare gli esami necessari a tenere sotto controllo la malattia, ricordarsi le date dei controlli, fare salti mortali per fissare una visita specialistica: a tutto ciò deve pensare un tutor, che tecnicamente viene chiamato «gestore», perché si occuperà in toto del suo percorso di cura (con una retribuzione di 45, 40 o 35 euro a secondo della gravità e complessità dei pazienti). È quello che prevede, come spiegato più volte dal Corriere della Sera, la riforma della Sanità, approvata nel lontano agosto 2015.

In questo scenario, negli incontri ancora in corso, i vertici della Sanità lombarda stanno illustrando ai medici di famiglia le tre strade che possono intraprendere: essere loro i «gestori» del malato cronico; partecipare al percorso di cura dei loro assistiti come «co-gestori»; oppure decidere di restare ai margini. L’ultima ipotesi è quella che il Pirellone vuole evitare a tutti i costi perché decreterebbe il fallimento della riforma. Ma il pericolo che ciò accada esiste.

È battaglia sulla decisione del Pirellone di sforbiciare le cure ai pazienti non lombardi, e in arrivo dal resto d'Italia, che vengono fatte ogni anno dagli ospedali privati convenzionati con il sistema sanitario pubblico, mettendo un tetto a un centinaio di prestazioni. Un capitolo importante, se si considera che il settore in tutto vale 687 milioni, e per oltre il 66 per cento è appaltato a cliniche e case di cura. Che ricoverano, in media, ogni dodici mesi oltre 91mila pazienti (su 147mila) in arrivo sia da regioni vicine come Piemonte ed Emilia, sia dal sud come Sicilia, Calabria e Puglia. Una vera e propria migrazione, insomma: del resto, la Lombardia è la regione che ha il tasso di attrattività più alta a livello nazionale. Ebbene, a questo flusso di persone - in arrivo sia per operazioni complesse, come interventi alla colonna vertebrale o al cuore, sia per cure comuni come il laser per le vene varicose - Palazzo Lombardia ha deciso di mettere un freno. Nei giorni scorsi la giunta Maroni ha approvato una delibera che mette per i ricoveri nelle cliniche un limite per i pazienti non lombardi. Ovvero, quei malati che spesso arrivano a Milano, Pavia o Brescia per essere operati da primari e luminari che, prima, li hanno visitati negli studi privati che hanno aperto in altre regioni.

La Regione Lombardia ha destinato 203 milioni di euro a investimenti nella sanità solo per l'anno 2017, “una prima parte dell'importo complessivo di 500 milioni in tre anni”. Lo ha annunciato il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni nel corso della conferenza stampa al termine della seduta di Giunta, che si è riunita all'ospedale Niguarda di Milano, “luogo simbolico”, ha detto Maroni, che ha precisato: “Sono soldi della Regione Lombardia, recuperati nonostante i tagli del Governo”.

“Regione Lombardia continua a investire in campo sanitario e lo fa con oltre 200 milioni di euro di risorse proprie destinate, nel solo 2017, all'ammodernamento delle infrastrutture, all'attuazione della riforma sanitaria, al potenziamento delle apparecchiature tecnologiche e dei sistemi informativi. Ad essere finanziate tutte le Asst e Fondazioni Irccs per un totale di 215 interventi”. Maroni ha poi annunciato che la delegazione di Ema sarà a Milano il 17 e 18 maggio, per effettuare un sopralluogo per verificare la possibilità di portare a Milano la sede dell'Agenzia”.

Documentazione

Sintesi articolo per articolo di tutte le misure di interesse sanitario previste dalla Legge in materia finanziaria, recentemente approvata anche dal Senato

Scarica il Documento

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Se vuoi saperne di più vai alla pagina Cookie policy