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Ma a chi fanno paura i malati in coma?

A fronte del lavoro scientifico, recentemente pubblicato dalle Universita' di Cambridge e di Liegi, che rimette in discussione cosa si debba intendere per "coma vegetativo", ci si sarebbe attesi reazioni di grande soddisfazione. Soprattutto da parte di chi, giustamente, non perde occasione per esaltare i progressi della scienza.
Ed è sicuramente un grande avanzamento aver dimostrato che dal profondo abisso del coma vegetativo "persistente" (che, non a caso, qualcuno insiste a definire "permanente" per una sorta di tic ideologico) giungano talvolta risposte sensate.
Poi si discuterà se più o meno coscienti, ma questa è altra questione.
Senonchè - ed è sorprendente- c'è chi, invece di essere contento, si è dimostrato preoccupato e forse perfino irritato.
Ma cosa vogliono costoro? Rimettere in discussione, ad esempio, le certezze granitiche che hanno accompagnato alla tomba Eluana? Giusto un anno fa!
Quando si dicono le coincidenze...
E tanto per non smentirsi c'è addirittura qualche libero pensatore che propone di utilizzare questo esile e forse possibile canale di comunicazione non certo per confermare il valore della vita, ma, al contrario, per ributtare cinicamente nella fragilità estrema del paziente la responsabilità di staccare la spina.
Ma quando si dice che è una pena tornare a porsi domande così intriganti su quale sia o meno un qualche vissuto, la sofferenza o meno della persona in coma; quando si avverte come un rumore di fondo fastidioso, una imposizione indesiderata e fuori luogo la necessaria ripresa di una riflessione bioetica in un campo così problematico e coinvolgente che per di più costringe a rivedere alcune comode pieghe ideologiche, non vuol dire forse che è un pò la vita stessa che viene a noia?

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