Le tecniche - la tecnica, in generale - sono, possono essere, nei più svariati campi, risorse formidabili.
Lo stesso si può dire anche quando entrano nel vivo del campo proprio della vita.
In altri termini, le"biotecnologie", nello loro accezione generale, non devono necessariamente essere guardate con diffidenza o con sospetto; tanto meno essere bandite.
Ma osservate da vicino, esercitando una attenta capacita' di discernimento, questo sì.
 
L'ambito "bio-medico", in modo del tutto speciale, rappresenta lo spazio in cui fatalmente, in maniera più facile ed immediata, la tecnica può manifestare il versante letteralmente "diabolico", cioè "divisivo" del suo straordinario potere.
Capiamoci bene: diabolico, non nel senso conturbante di "satanico", bensì, secondo la corretta etimologia del termine, in riferimento alla capacità/necessita' intrinseca - che alla tecnica di per se' appartiene - di separare, disgiungere, distinguere al fine di analizzare un certo processo, per poi magari ricomporre, ma intanto dividendo, sconnettendo le parti di un tutto.
 
Le tecniche, le biotecnologie che si applicano ai casi di maternità surrogata - non a caso brutalmente definiti nel linguaggio corrente "utero in affitto", cedendo ad una volgarità orribile di cui nemmeno più ci rendiamo conto - non esercitano forse, nel campo più nobile e delicato, quello della "maternita'", questa violenza diabolica e divisiva che offende ed umilia la donna, lacerando quell'armonia del corpo e dei sentimenti che presiede sempre ed ovunque all'origine della vita?

 

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