Se - come ha suggerito nel gennaio '86 il Comitato Nazionale di Bioetica - anziché di "sedazione terminale" si parla di "sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte", si focalizza e si precisa un concetto di fondo, cioè si fa intendere meglio come le "cure compassionevoli" nulla abbiano a che spartire con il suicidio assistito o con l'eutanasia.

Non procurano direttamente, attivamente la morte del soggetto, ma lo accompagnano a "vivere" i passi conclusivi del suo percorso esistenziale con una compostezza non oscurata da dolori intollerabili.
Una opinione pubblica spessa assordata ed assorbita dal frastuono di strategie comunicative esasperate non sempre riesce a cogliere queste differenze sostanziali ed è facilmente tratta in inganno.
Tutto ciò, tanto per fare un esempio, stava e sta nel nostro ordinamento giuridico ben prima della recente legge sul cosiddetto "testamento biologico".

Ne deriviamo almeno una considerazione a futura memoria; una considerazione di metodo e proprio per questo rilevante per l'uno e l'altro dei fronti dialettici che si contrappongono nel nostro Paese ogni qual volta si affrontato, in sede legislativa, temi ed argomenti a forte impatto etico-antropologico.

E poiche' succedera' ancora, non si tratta di addomesticare il conflitto - perché, diciamolo senza tanti infingimenti, di questo si tratta, sia pure entro una cornice di rispetto reciproco - meno ancora di imbandire compromessi, ma di parlar chiaro, questo si'.

Di creare, cioè, le condizioni perche' tutti, dagli addetti ai lavori al cittadino comune, sappiano davvero bene di cosa si discute e possano concorrere ad un approfondimento collettivo, condotto in spirito di verità, senza parole doppie ed infingarde.