“La Croce non rappresenta una tragedia senza speranza”. Lo afferma Papa Francesco nel Messaggio per la XXVI° Giornata del malato, 160° anniversario della prima apparizione della Vergine alla Grotta di Massabielle. Anche la malattia – la “croce” personale di ciascuno – non può, non deve essere “una tragedia senza speranza”. Anzi - per quanto la cultura secolarizzata del nostro tempo la viva per lo più come uno scacco matto esistenziale alienante e troppo spesso non redimibile – la malattia va affrontata cercando di riportarla entro un orizzonte di senso compiuto della vita. Questo, e non altro, significa porre la “persona” – quella del paziente e non meno quella del medico ed, in generale, dell’operatore sanitario – al centro del progetto clinico e terapeutico. Qui sta la specificità, il compito proprio degli ospedali, degli istituti e di ogni presidio di cura che, rifacendosi alla concezione cristiana dell’uomo e della vita, la assume pienamente nella propria “mission”.

Del resto, Papa Francesco, con questo breve ed intenso Messaggio, è preciso e tassativo nell’orientare l’impegno della sanità cattolica, anche nei Paesi sviluppati, “dove esistono sistemi di sanità pubblica sufficienti”: “generosità”, attinta anche dalla memoria e sacrificio dei fondatori; “creatività, suggerita dalla carità”; “impegno nella ricerca scientifica” nel rispetto della vita e dei valori morali cristiani; “intelligenza organizzativa”, orientata alla centralità della persona; “tenerezza e perseveranza” nella cura dei malati cronici, dei disabili gravi, di coloro che devono essere curati, anche se non possono essere guariti.

In definitiva è necessario: “…preservare gli ospedali cattolici dal rischio dell’aziendalismo, che in tutto il mondo cerca di far entrare la cura della salute nell’ambito del mercato, finendo per scartare i poveri”. Piuttosto dobbiamo avere la coscienza di “…aver bisogno di una grazia speciale per poter essere all’altezza”.

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