“Rallentare, focalizzare, fissare lo sguardo”: tre verbi per un nuovo approccio alla sofferenza dell’uomo del terzo millennio, per cambiare la realtà che ci circonda – e a volte ci sovrasta - , per sollecitare la concretezza dell’agire. E’ la consegna di don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, ai partecipanti al XX convegno nazionale in corso in questi giorni a Roma, al quale l’ARIS partecipa come partner ufficiale. Tema proposto per la riflessione di questa intensa tre giorni di studio e di confronto è proprio “Uno sguardo che cambia la realtà. La pastorale della salute tra visione e concretezza”. Nel suo saluto introduttivo, Angelelli avverte che “c’è la necessità di rieducare il nostro sguardo” e “imparare a rivedere e a rileggere la realtà”. Di qui la consegna dei tre verbi. “Il primo è rallentare. Dobbiamo andare – ha spiegato - tutti un po’ più piano per poter leggere meglio i contesti in cui viviamo anziché vederli in fretta e di sfuggita come i paesaggi dal finestrino del treno”. Poi “bisogna focalizzare, ossia – ha aggiunto Angelelli - mettere a fuoco lo sguardo sulla realtà per scorgerne i dettagli e la profondità delle cose”. Terzo e ultimo “fissare”. Gesù, ha concluso, ci ha insegnato “a fissare lo sguardo, ossia ad andare oltre ciò che si vede, ad andare a fondo. In ambito sanitario se io guardo vedo il malato, se vado un po’ più in profondità vedo la persona, se vado ancora più in profondità vedo la sua anima”.

Tre verbi che subito dopo ha in un certo senso ripreso e approfondito il card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, presidente di Caritas italiana e della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute, nella sua prolusione. Evocando lo sguardo di Gesù verso gli apostoli, verso Marta e Maria, verso i sofferenti oggetto dei suoi miracoli il cardinale Montenegro ha voluto riproporre una delle perle più note della saggezza popolare italiana: “gli occhi dicono più delle parole”. Ed ha citato come esempio lo sguardo d’amore tra una madre e il figlio, tra due innamorati. Sguardi, ha detto, che testimoniano la grandezza di quell’amore ereditato da Gesù e del quale lui è stato il primo testimone dalla Croce della sua sofferenza. “Impariamo da lui – ha detto - lo sguardo giusto. Ma se dovesse essere complicato, allora guardiamo quello che i poveri, gli scartati, i malati rivolgono a noi”.

Riferendosi, poi, alla missione di servizio ai più fragili condivisa dai partecipanti al Convegno, il cardinale ha ricordato che “lo sguardo che parte dal cuore è la prima forma di cura”. “Gli occhi, ha detto, arrivano prima delle mani e sono la finestra del cuore”. Se si dovesse giudicare il mondo di oggi da quanto raccontano gli occhi ci sarebbe da piangere. “Nella società odierna – ha detto con un pizzico di velata amarezza il presule – gli occhi raccontano troppo spesso l’incapacità di amare. Infatti al massimo si delega ad altri una testimonianza d’amore . Deleghiamo tutto….”. “Anche noi come Chiesa – ha aggiunto senza mezze parole Montenegro - ci siamo abituati a delegare tutto quello che ci è possibile delegare agli altri. Mettiamo al centro dell’altare il crocifisso, ma non i crocifissi proprio perché anche nelle nostre comunità abbiamo talvolta delegato l’amore, una cosa che non si può delegare”. E “mentre pensiamo alla società che deve cambiare, pensiamo anche ad una Chiesa nella quale ci si preoccupi dei sofferenti. Dobbiamo preoccuparci che le nostre comunità mettano loro al centro”. Montenegro ha poi riconosciuto che “nel pianeta della salute e della sanità potranno anche esserci valide ragioni economiche, politiche e istituzionali” che richiedono la riorganizzazione del sistema sanitario, ma nessuna di queste “può spostare dal centro dell’attenzione colui che è l’interlocutore principale della Chiesa: la persona umana, anche e soprattutto perché in condizioni di fragilità” e “per la Chiesa le fragilità sono dono e opportunità che trasformano le ferite in feritoie”. Ed è proprio da queste feritoie, ha aggiunto, che si deve guardare all’uomo, all’uomo malato, in particolare, per capire che “non è un caso da studiare ma è anzitutto una persona che ha il diritto di vivere e sperare fino alla fine”. Di fronte alla sofferenza “la risposta profetica della Chiesa – ha concluso il Cardinale - è l’offerta della speranza”.