E’  possibile riportare la malattia entro un orizzonte di senso della vita?

Non è forse un impegno che soprattutto i credenti impegnati in campo sanitario devono avere particolarmente a cuore?

E’ possibile sottrarla a quella deriva di insensatezza e di-sperazione che oggi sembra essere la cifra dominante e non controvertibile nel vissuto di  molti pazienti?

Il blog “Medicina come opportunità” della redazione Salute del “Corriere della Sera” è molto istruttivo in proposito.

Riporta un’ottantina di esperienze personali che incoraggiano, anzi insegnano – ed è una lezione che soprattutto chi crede nel valore inalienabile della persona e della vita dovrebbe apprendere – come la malattia possa essere fonte di un arricchimento inatteso e stupefacente, motivo di crescita e di maturazione.

Certo – come osserva un illustre clinico tra i fondatori e curatori del blog – solo chi attraverso il dramma della malattia ci è passato davvero e personalmente, può sentirsi autorizzato a parlarne come di una opportunità.

Chi non ha vissuto questa esperienza di dolore e di estraniazione deve accostare l’argomento con discrezione, con grande delicatezza per non correre il rischio di apparire irridente.

Accanto alla “medicina dell’evidenza”, la medicina “scientifica” e tecnologica, anzi quanto più questa, meritoriamente, incrementa le proprie capacità e prospettive di intervento, è necessario che cresca la “medicina della narrazione”, la medicina dell’ascolto, dell’empatia, capace di stimolare le risorse psicologiche e morali del paziente, di generare resilienza. La medicina che cura il malato, nella concretezza della sua condizione clinica, non il modello astratto di “malattia”, secondo un paradigma di vera umanizzazione, in quanto capace non in chiave retorica, ma effettivamente di tenere la persona, nella globalità delle sue dimensioni, al centro del percorso diagnostico-terapeutico e riabilitativo.

 

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