Se n’e' andata Noa Pothoven.

Il primo sentimento è di rispetto per questa giovanissima che ha deciso di andarsene, dopo aver subito gravissima violenza. Il secondo  è di disprezzo per una società che  di umano non ha più nulla.

Rispetto non certo per la scelta adottata ma per l’ umiliazione devastante che le è stata inferta non solo dagli  stupri subiti, ma anche  dall’incredibile mancanza, per un Paese così evoluto come l’Olanda,  di una struttura in grado di assistere giovani vittime di casi simili.  .

Rispetto per il grave stato di depressione - la sofferenza più sconvolgente che si possa immaginare - in cui versava e che rivela quanto fosse profondo, ricco, abissale quel sentimento della dignità del suo corpo che è stato lacerato al punto da non appartenerle più. Ed un sentimento di sconfinata tristezza. Ed ancora un senso di colpa che, in qualche modo, investe tutti. Si resta increduli, attoniti. Tutti più poveri.

Noa ha lottato prima di prendere la sua decisione. In un libro autobiografico aveva denunciato la solitudine in cui era stata lasciata dopo aver subito, da bimbetta, violenza sessuale, lamentando proprio la mancanza in Olanda di strutture istituzionali specializzate che la potessero supportare. Quando invece ci si è preoccupati di legalizzare l’eutanasia a partire dai 12 anni.

Il suicidio di Noa e' un giudizio di condanna per un mondo "disperato".

Ed un monito a guardarci dal deserto che non sta solo la’ fuori, ma ci assedia ed, anzi, ci invade, Ci stiamo arrendendo o forse ci siamo già arresi se accettiamo che sia solo la morte, la solitudine agghiacciante che la evoca, la palude soffocante dell’indifferenza, dell’inerzia, l’unica risposta che le nostre società’ evolute sanno dare ad un dolore che quanto più è profondo, tanto più - anche quando non riconosce questa sua dimensione - altro non è se non un’ invocazione alla vita ed alla speranza che la nostra assuefatta ottusità’ morale non sa più ascoltare

-Virginio Bebber