“A chi opera nelle strutture cattoliche o di ispirazione cristiana, al medico e a tutto il personale operante nel sistema dell’hospice, tanto nelle fasi direttamente operative quanto nei processi amministrativo-gestionali, spetta di rivendicare la propria autentica libertà di coscienza, nonostante le molte pressioni, a volte indebite. Qualora un sistema legislativo dovesse arrivare ad ammettere l’eutanasia o altre pratiche in opposizione alla vita, queste saranno considerate inconciliabili con la deontologia professionale o con il proprio orientamento religioso o le proprie profonde convinzioni etiche. Tutti questi operatori obbediscono a un dovere superiore, che parla e illumina la loro coscienza: è il diritto alla libertà di coscienza. Ed è un diritto umano fondamentale da tutelare per la libertà propria dell’umanità. I nostri hospice si affermano così anche come un luogo che rivendica la libertà religiosa». Così don Massimo Angelelli, Direttore dell’Ufficio Nazionale della CEI per la Pastorale della Salute, nel giorno della presentazione del documento «Una presenza per una speranza affidabile. L’identità dell’Hospice cattolico e di ispirazione cristiana», frutto del  tavolo tematico di lavoro attivo presso l’Ufficio Cei per la Pastorale della Salute , attorno al quale si sono riuniti i rappresentanti di 20 hospice di ispirazione cattolica. Tra i partcipanti anche l’ARIS rappresentata dal Presidente Virginio Bebber.

Il risultato più interessante di questo lavoro è la conferma di uno specifico identitario. Per quanto l’attività quotidiana di un hospice laico non sia, apparentemente, diversa da quella di una struttura cristiana, nel senso che il rispetto e l’amore per il morente paiono confondersi, la terminologia utilizzata e la formazione del personale differiscono. Nelle strutture religiose si parla di fine vita "terrena" e l’operatore si relaziona all’ospite entro una dimensione spirituale che non è richiesta in una struttura laica. Il testo completo è reperibile nelle librerie.