“L’eutanasia è e resta un crimine”. A ribadirlo è stata recentemente la Congregazione per la Dottrina della fede in una lettera intitolata  Samaritanus Bonus, sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita. La lettera è stata approvata da Papa Francesco.
 
Nel lungo e articolato documento suddiviso in 12 paragrafi elaborato dall'organismo della Curia romana incaricato di promuovere e tutelare la dottrina della Chiesa cattolica si fissano altrettanti principi inderogabili per i fedeli ma, nell’intento degli estensori, incidenti anche per i laici e le stesse istituzioni legislative civili. Non si usa il termine scomunica ma certamente l’anatema contro quelle istituzioni che legittimano pratiche di “morte” viene lanciato forte e chiaro.

 
Un linguaggio molto chiaro e netto che non lascia dubbi sulla visione ufficiale delle Chiesa cattolica sul fine vita che ritroviamo anche quando si parla di suicidio assistito: “Aiutare il suicida è un’indebita collaborazione a un atto illecito, che contraddice il rapporto teologale con Dio e la relazione morale che unisce gli uomini affinché condividano il dono della vita e compartecipino al senso della propria esistenza”. E che trova una compiuta condanna laddove leggiamo: “Sono gravemente ingiuste, pertanto, le leggi che legalizzano l’eutanasia o quelle che giustificano il suicidio e l’aiuto allo stesso, per il falso diritto di scegliere una morte definita impropriamente degna soltanto perché scelta. 
Il tema dell’aborto non è invece oggetto diretto del documento anche se la lettera del Buon Samaritano vi interviene laddove si sofferma sul tema dell’accompagnamento e la cura in età prenatale e pediatrica.
 
Ribadito anche il no alla sospensione di alimentazione e idratazione artificiali salvo quando “non risulta di alcun giovamento al paziente, perché il suo organismo non è più in grado di assorbirli o metabolizzarli”. E poi una nuova puntualizzazione sull’accanimento terapeutico che la Chiesa cattolica conferma di rifiutare, “nell’imminenza di una morte inevitabile”, quando “è lecito in scienza e coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi”. Ma, specifica la Congregazione, “ciò significa che non è lecito sospendere le cure efficaci per sostenere le funzioni fisiologiche essenziali, finché l’organismo è in grado di beneficiarne.
 E inoltre, si legge ancora, “Nel caso specifico dell’accanimento terapeutico, va ribadito che la rinuncia a mezzi straordinari e/o sproporzionati «non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte» o la scelta ponderata di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato ai risultati che si potrebbero sperare. La rinuncia a tali trattamenti, che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, può anche voler dire il rispetto della volontà del morente, espressa nelle cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento, escludendo però ogni atto di natura eutanasica o suicidaria.”. E infine un monito affinché sia sempre prevista e praticata (anche in assenza di una legge specifica) l’obiezione di coscienza da parte degli operatori sanitari e delle istituzioni sanitarie cattoliche perché “dinnanzi a leggi che legittimano – sotto qualsiasi forma di assistenza medica – l’eutanasia o il suicidio assistito, si deve sempre negare qualsiasi cooperazione formale o materiale immediata”.
 
Per la Congregazione, “è necessario che gli Stati riconoscano l’obiezione di coscienza in campo medico e sanitario, nel rispetto dei principi della legge morale naturale, e specialmente laddove il servizio alla vita interpella quotidianamente la coscienza umana”. Ma, “dove questa non fosse riconosciuta – si legge nel documento - si può arrivare alla situazione di dover disobbedire alla legge, per non aggiungere ingiustizia ad ingiustizia, condizionando la coscienza delle persone. Gli operatori sanitari non devono esitare a chiederla come diritto proprio e come contributo specifico al bene comune”.  Nella sezione documentazione di questo sito il testo completo della Lettera,