Carissimi,

auguro a tutti un Buon Natale. E vi prego di accogliere questo augurio, nonostante tutto, come un messaggio di speranza. Quella speranza che per noi credenti, torna a farsi reale e concreta proprio nella memoria della nascita di Nostro Signore. Che sia una luce nuova e talmente viva, da squarciare le tenebre che si allungano sempre più su un’umanità per troppo tempo dimentica delle sue origini divine. Ne abbiamo bisogno. Tanto bisogno.

In questo momento drammatico che ci è dato vivere, torna alla mente proprio l’immagine di quel popolo d’Israele che, stanco di girovagare alla ricerca di una patria in cui identificarsi, rincorre idoli lontani dalla propria identità di Popolo di Dio, per ritrovare quella speranza che sembra perduta per sempre. E dimentica.

Anche oggi è palpabile nel mondo, cristiano e non, la ricerca disperata di un porto sicuro cui approdare. E’ comprensibile certamente. E credo sia inutile metterci qui, ora, a far da sponda a quanto ogni giorno ci passa sotto gli occhi, a quanto ci viene propinato attraverso i media, a volte da palcoscenici indecenti, dove si dice tutto e il contrario di tutto; quel “tutto” trasformato sempre in occasione per rinfocolare quel perenne scontro politico che sta mettendo in ginocchio il senso del nostro sentire comune. 

Ognuno di noi, chi più chi meno, sta vivendo sulla propria pelle gli sconquassi provocati da questa “dimenticanza” della nostra comune origine, della nostra fragilità, della necessità di riscoprirci unica grande famiglia, grandi e piccoli, ricchi e poveri, nonni e nipoti. “Dimenticanza” del doverci prendere cura l’uno dell’altro, anche a costo di un sacrificio, piccolo o grande che sia. “Dimenticanza” soprattutto dei valori veri della nostra umanità.  Ed è così che, nel momento in cui migliaia di fratelli ci lasciano nel dolore e molti di più vivono tra grandi sofferenze e nell’incertezza del proprio futuro, la preoccupazione più grande sembra ora essere trovare il modo per non dover rinunciare a “vivere il Natale”.

Non ci sarebbe nulla di male se questa voglia non fosse dettata quasi esclusivamente (il quasi è d’obbligo) dal pensiero della tavola imbandita sotto l’abete inghirlandato, eretto sulla collinetta, di regali dai più inutili ai più costosi, e col pensiero già fisso al gran galà di fine d’anno.  Umanamente ci stà anche questo: da decenni ormai il Natale, e sia da me lontana ogni ombra di spicciola retorica, è la festa delle tavolate coperte da ogni bendidio,  è la festa del luccichio delle luci che esplodono sulle strade affollate e ammiccano dalle vetrine ma che finiscono per oscurare la Luce vera del Natale, quella che scaturisce dalla scarna grotta   di un Paese lontano, laddove è nata la Vita nuova per un’umanità “dimentica”.

Quello che ci attende sarà certamente un Natale diverso. Lo sappiamo. Ma forse sarà per tanti l’occasione per riscoprire proprio la luce che prorompe da quella grotta nuda e che brilla anche per noi, per ognuno di noi. Forse un po’ meno avvolti dal frastuono, si potrà riudire, di nuovo, il suono distinto delle campane a distesa che cantano l’osanna, l’alleluja, la gloria di chi è venuto a restituirci la sacralità del nostro essere figli di un Dio che non divide ma unisce, non condanna ma perdona, non volta mai la faccia dall’altra parte e anzi si inginocchia davanti al fratello che soffre e cerca di salvarlo.

E’ vero: c’è bisogno anche di “consumo” per sostenere l’economia di un Paese; è legittimo e necessario. Ma guai a dimenticare che questo Paese ha anche urgente bisogno di riscoprire l’anima che lo ha fatto grande. Di riscoprire il senso di quella solidarietà divenuta sempre più “parola” che realtà; di quella fratellanza sempre più oscurata dall’individualismo, mortificata dall’egoismo, annientata dalla violenza. In una parola ha un grande bisogno di riscoprire l’Amore, quello con la maiuscola.

Ecco è l’augurio che mi sento di rivolgere a tutti, in modo particolare alla grande famiglia dell’Aris. Conosco bene le difficoltà che stiamo attraversando, le incomprensioni che ci affliggono, gli ostacoli che si frappongono al nostro cammino quotidiano. Ma so anche di quale tempra è fatta la nostra anima, e quanto grande sia l’amore che viene riversato su tutti quelli che si affidano alle nostre cure, per ritrovare la salute o anche solo il conforto di una mano amica che ne accarezza il volto sofferente, sconosciuto sino a quando non è divenuto improvvisamente il volto di un padre, di una madre, di un figlio, di un fratello.

Andiamo avanti con questo spirito e abbiamo fiducia gli uni negli altri, e, insieme, nel Padre comune. Lavoriamo per il nostro futuro e, come una goccia nel mare, per il futuro dell’umanità.

Buon Natale a tutti

Padre Virginio Bebber