PNRR e sanità: ci siamo. Il libro dei sogni comincia a perdere le pagine. Anzi interi capitoli. E con buona pace della Commissione Europea che, come è noto, in questi giorni ha certificato la marcia indietro dell’Italia a proposito dei numeri delle opere da realizzare. E viene quasi voglia di dire “meno male”. Certo “meno male” non per quei cittadini che perdono all’improvviso se non altro la speranza di poter usufruire di un capillare servizio sanitario territoriale, quasi fuori dalla porta di casa, al quale ricorrere h24 in caso di necessità. Anche se chi è onestamente del mestiere, e mangia tutti i giorni pane e SSN, con i suoi numeri reali, intuiva, sin dai primi annunci programmatici, che quanto si andava propagandando era, stando all’attuale realtà del sistema salute del Paese immensamente deficitario, pura illusione. Ormai infatti vige libera scelta nel denunciare la mancanza di infermieri, con un’oscillazione da 35 a 70 mila, di medici il cui numero si assottiglia quotidianamente tra novelli pensionati, migranti verso terre più remuneranti o scelte di prestazioni a gettone assai costose per chi le deve subire.

“Meno male” proprio perché dovendo fare i conti con la realtà appena descritta, si rischia di buttare risorse in vere e proprie cattedrali nel deserto.

Andiamo con ordine. Il 17 agosto scorso l’Italia invia alla Commissione Europea una proposta di revisione del PNRR. Nella Proposta figura tra gli altri un deciso taglio nella Missione 6 dedicata come è noto alla sanità. Come ha più volte spiegato il Ministero il taglio si è reso necessario sia per l’aumento dei costi che per le molte difficoltà burocratiche per la realizzazione delle strutture previste.

Il 24 novembre scorso la Commissione ha approvato la proposta: nuovi target quantitativi e  nuove scadenze, senza alcun riferimento a quelli della proposta iniziale. Questo quanto approvato: le Case della Salute da realizzare con i fondi europei scendono da 1.350 a 1.038; riduzioni anche per gli Ospedali di Comunità che passano da 381 a 307 e per le Centrali Operative territoriali che da 600 scendono a 480. Il Ministero ha in ogni caso assicurato che anche le strutture fuori dal finanziamento e dal timing del Pnrr saranno costruite con altri fondi, come ad esempio quelli sull’edilizia sanitaria.

Alcune Case della Salute sono state già realizzate in diverse città e province italiane. Stando all’esperienza raccontata ai media nazionali da quanti hanno già tentato di trovare assistenza in queste nuove strutture (nuove per modo di dire perché si tratta di centri sanitari già esistenti, ripuliti e adattati alla nuova funzione che dovrebbero svolgere) non c’è da stare allegri. Intanto l’apertura H24 per molte di queste Case è solo sui depliant illustrativi. Quando si è fortunati e si trova aperto, l’unico interlocutore è un infermiere: medici, generici o specialisti, se si trovano, è solo un giorno a settimana e per poche ore. Il più delle volte non esistono attrezzature medicali. E parliamo di città come Milano: uno dei tanti servizi giornalistici televisivi che entrano nelle nostre case, ne ha fatto una carrellata straziante solo poche sere fa: alcune sono aperte a giorni alterni; altre chiudono alle 13; altre alle 18; la maggior parte è tenuta da un infermiere; i medici in alcune ricevono per appuntamento; non è possibile effettuare esami diagnostici urgenti. C’è da chiedersi quando saranno edificate tutte le 1038 Case della Salute cosa succederà? Con quali infermieri se ne garantirà almeno l’apertura h24 vista l’endemica e preoccupante scarsità addirittura negli ospedali? Senza poi considerare gli appetiti di Paesi come la Finlandia che stendono tappeti aurei dinnanzi ai nostri pochi infermieri pur di accaparrarseli.

E ancora: saremo in grado di popolare queste Case con medici in numero tale da poter assicurare assistenza medica h24 come promesso? Ed anche qui senza considerare le Sirene che vengono dall’Europa per ammaliare i nostri professionisti con compensi ben più corposi di quelli che siamo in grado di assicuragli.

E lo stesso discorso calza per i 307 previsti nuovi Ospedali di Comunità. Forse sarebbe meglio guardarsi intorno e magari progettare possibili cambiamenti strutturali in realtà già presenti e attive sul territorio, per metterle in grado di funzionare come Ospedali di Comunità. E se si trattasse di strutture convenzionate, non sarebbe certo un male avviare quell’ ormai sempre più conclamato mix di sanità pubblica e privata convenzionata al servizio dei cittadini, senza rischiare di costruire cattedrali nel deserto, destinate a rimanere non operative per mancanza di personale.

E ancora. Il nuovo progetto prevede anche un incremento del target quantitativo del numero di persone over 65 da prendere in carico in assistenza domiciliare da almeno 800 mila a 842 mila. Riflettiamo numeri alla mano: gli over 65 in Italia sono, secondo i dati Istat, oltre 14 milioni (14 milioni e 177 mila).  Gli ultraottantenni sono circa 4 milioni e mezzo. Gli infermieri sulla carta sono 460 mila, ma iscritti all’ordine ne risultano poco più di 397 mila (i dati risalgono al 31 agosto 2022). Di questi professionisti 277.171 sono dipendenti di strutture sanitarie del SSN; 75.000 dipendenti di strutture sanitarie private e 45.000 sono liberi professionisti. Attualmente mancano circa 70mila infermieri per far fronte ai nuovi standard stabiliti dal DM 77 di riorganizzazione dell’assistenza territoriale, come da progetto per il PNRR. I soli infermieri di famiglia e comunità necessari secondo i nuovi standard sono oltre 20mila (1 ogni 3.000 abitanti). Poi ci sono gli infermieri per l’assistenza domiciliare integrata ad anziani e malati terminali, quelli delle Case  e Ospedali di Comunità, gli infermieri necessari alle nuove terapie intensive e subintensive nate durante la pandemia. In base alle dimensioni regionali, dei 70mila ne mancano circa il 45% al Nord, il 20% al Centro e il 35% al Sud. Rispetto alla situazione internazionale il rapporto infermieri-abitanti in Italia è di 5,5-5,6 infermieri ogni mille abitanti, uno dei più bassi d’Europa. Se poi si pensa al monte ore necessario per ogni fascia di assistenza giornaliera domiciliare si arriva a cifre da capogiro, con spese insostenibili per le attuali disponibilità economiche del SSN e per quelle dell’immediato (e anche prossimo?)  futuro.

 La rimodulazione prevede, oltre al differimento temporale del target relativo all’attivazione delle Centrali Operative Territoriali dal 30 giugno 2024 al 31 dicembre 2024 e la riduzione del numero di interventi di antisismica negli ospedali, anche una riduzione dei posti letto di terapia intensiva e semi-intensiva. In dettaglio sono previsti: - Posti letto di terapia intensiva: 2.692, rispetto ai 3.500 iniziali (-808) - Posti letto di terapia semi-intensiva: 3.230, rispetto ai 4.225 iniziali (-995)

Certo è che la rimodulazione al ribasso del numero di posti letto in terapia intensiva e sub-intensiva – come nota il Gimbe – di ben 1.803 unità (ovvero 1 su 4) risulta poco comprensibile “per almeno tre ragioni. Innanzitutto, non era prevista nella proposta di rimodulazione del 27 luglio 2023; in secondo luogo, riguarda un progetto già finanziato con i fondi del decreto rilancio; infine, il potenziamento di queste strutture rappresenta una misura chiave del nuovo piano pandemico. Considerato che trattavasi di un progetto in essere, già finanziato con le risorse del decreto rilancio (DL 34/2020), dal documento approvato dalla Commissione Europea non risulta in alcun modo se i posti letto svaniti verranno comunque realizzati”. “Sull’incomprensibile taglio ai posti letto di terapia intensiva e sub-intensiva sarebbe opportuno che le Istituzioni fornissero chiarimenti". C’è da fare un’altra considerazione. Vista la rimodulazione della distribuzione degli interventi sul territorio nazionale, si nota subito che c’è una differenza sostanziale tra regioni del nord e regioni del sud. Bisognerà dunque fare comunque attenzione a mettere in atto tutte le azioni necessarie ad assicurare equità di distribuzione. Tra l’altro uno degli obiettivi del PNRR per la sanità è proprio quello di azzerare le differenze regionali nell’assistenza sanitaria.

Le belle intenzioni sono tante e certamente apprezzabili. C’è da chiedersi tuttavia se siano destinate a restare tali. Certo non aiuta la costante atmosfera di diffidenza, quando non di disprezzo, che si respira nei confronti di chi affianca lo sforzo dello Stato nell’assistenza ai malati. E lo fa, se convenzionato e paritario per legge, a costi non certo superiori a quelli affrontati per gli stessi servizi offerti in una struttura pubblica; anzi, è bene sottolinearlo, per il paziente è il solo ticket che avrebbe comunque dovuto pagare anche nel pubblico; per il SSN è addirittura in certi casi un risparmio confronto ai costi sostenuti nelle aziende ospedaliere. Ovviamente questo non riguarda la sanità privata non convenzionata, né tanto meno la libera professione dei medici, in quanto operano in piena autonomia e dunque liberi di stabilire costi e parcelle. Ma questo è un altro discorso. (*)

 

 

Documentazione

Questionario sulla prevenzione del rischio clinico nelle strutture associate all'Aris.

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