“Non si possono fare le nozze con i fichi secchi“. Così il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha commentato i dati diffusi martedì dal Censis. Che anche quest’anno, in occasione del Welfare Day organizzato dalla società specializzata in servizi per la sanità integrativa Previmedical, ha presentato i risultati di un sondaggio da cui emerge che una quota preoccupante di italiani rinuncia a curarsi a causa delle difficoltà economiche o delle liste di attesa troppo lunghe nel Servizio sanitario nazionale.

La ricerca è stata commissionata al centro ricerche di Giuseppe De Rita da una compagnia assicurativa con polizze per la sanità: un comparto che per le assicurazioni vale circa 2 miliardi di euro l’anno. Gli esiti del sondaggio? Nei primi mesi del 2016, scrive il Censis, il numero di persone che rinvia visite ed esami o vi rinuncia è salito a 11 milioni dai 9 del 2012. E ancora: la spesa sanitaria sostenuta dai cittadini di tasca propria è salita a 34,5 miliardi e 7,1 milioni di connazionali hanno fatto ricorso all’intramoenia, il 66,4% dei quali per evitare le lunghe liste d’attesa del pubblico. “L’universo della sanità negata tende a dilatarsi”, chiosano i ricercatori, “tra nuovi confini nell’accesso al pubblico e obbligo di fatto di comprare prestazioni sanitarie”. Visite e esami privati come “obbligo”, dunque. A cui assolvere, magari, rivolgendosi alle assicurazioni. Del resto, sempre stando ai risultati della ricerca Censis-Rbm, “il 57% degli italiani pensa che chi può permettersi una polizza sanitaria o lavora in un settore in cui è disponibile la sanità integrativa, dovrebbe stipularla e aderire” e “26 milioni gli italiani si dicono propensi a sottoscrivere una polizza sanitaria o ad aderire a un Fondo sanitario integrativo”.Segue un calcolo in base al quale “se la sanità integrativa attraesse effettivamente tutte queste persone, considerando una spesa pro-capite pari all’attuale spesa privata media nel complesso, si avrebbero 15 miliardi di euro annui in più per la salute. E si potrebbero acquistare molte più prestazioni per i cittadini di quanto riescano a fare oggi singolarmente sui mercati privati”. Marco Vecchietti, amministratore delegato di Rbm Assicurazione Salute, ha colto l’occasione per lanciare il suo appello al governo: “Bisognerebbe ripensare le agevolazioni fiscali per le forme sanitarie integrative per assicurare tutte le prestazioni che oggi sono pagate di tasca propria dagli italiani e per rimuovere le penalizzazioni di natura fiscale per i cittadini che decidono su base volontaria di assicurare la propria famiglia”.

 “Si tratta di un problema – ha commentato  il ministro Lorenzin - che abbiamo presente, trovare una soluzione per noi rappresenta una priorità e stiamo operando da tempo con il ministero dell’Economia e delle finanze, le Regioni e i professionisti del Servizio sanitario nazionale”,  “E’ chiaro che il Ssn deve fare i conti con la grave crisi economica che le famiglie italiane stanno vivendo e questa indagine del Censis ci conferma la necessità di difendere l’aumento previsto del Fondo sanitario nazionale per gli anni 2017 e 2018, che intendiamo utilizzare per sbloccare il turn over e stabilizzare il personale sanitario precario, rifinanziare il Fondo per l’epatite C, coprire i costi dei nuovi farmaci oncologici e garantire a tutti i cittadini accesso gratuito alle cure”. Ma, appunto, “deve essere chiaro a tutti che non si possono fare le nozze con i fichi secchi”.

Tornando ai risultati del sondaggio Censis-Rbm, ne emerge che in due anni è aumentata di 80 euro a persona la spesa pagata dagli italiani di tasca propria e non rimborsata dal Servizio Sanitario Nazionale. Dal 2013 al 2015 si è passati infatti da 485 a 569 euro procapite mentre, nello stesso arco di tempo è salita a quota 34,5 miliardi di euro la spesa sanitaria privata, con un incremento del 3,2%: il doppio dell’aumento della spesa complessiva per i consumi delle famiglie nello stesso periodo (pari a +1,7%). Più sanità, quindi per chi può pagarsela, secondo il rapporto. Sono 7,1 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno fatto ricorso all’intramoenia, il 66,4% dei quali proprio per evitare le lunghe liste d’attesa. Il 30,2% si è invece rivolto alla sanità a pagamento anche perché i laboratori, gli ambulatori e gli studi medici sono aperti nel pomeriggio, la sera e nei weekend. Ma a pesare è anche lo scadimento della qualità del servizio sanitario pubblico. Per il 45,1% degli italiani la qualità del servizio sanitario della propria regione è peggiorata negli ultimi due anni: lo pensa il 39,4% dei residenti nel Nord-Ovest, il 35,4% nel Nord-Est, il 49% al Centro, il Il report evidenzia infine che sono 5,4 milioni i cittadini che nell’ultimo anno hanno ricevuto prescrizioni di farmaci, visite o accertamenti diagnostici che si sono rivelati inutili. Tuttavia, oltre il 51% si dice contrario a sanzionare i medici che fanno prescrizioni inutili  come previsto da decreto Lorenzin. Quel provvedimento, si legge, “incontra l’ostilità dei cittadini, che sostengono la piena autonomia decisionale del medico nello stabilire le terapie, anche come baluardo contro i tagli nel sistema pubblico”. Riguardo, in generale, al decreto anti prescrizioni inutili, che fissa le condizioni che rendono una prestazione sanitaria necessaria e dunque pagabile con ticket invece che per intero, il 64% degli italiani è contrario. Di questi, il 50,7% perché ritiene che solo il medico può decidere se la prestazione è effettivamente necessaria e il 13,3% perché giudica che le leggi sono motivate solo dalla logica dei tagli. Prevale quindi la sfiducia nelle reali finalità dell’operazione appropriatezza, interpretato dagli italiani come “uno strumento per accelerare i tagli alla sanità e per trasferire sui cittadini il costo delle prestazioni”.