Era inevitabile. A forza di tagliare posti letto si è finiti inevitabilmente a dover curare i malati distesi in terra, su una coperta. Assurdo, in una situazione come questa, pensare di punire medici e infermieri come se fosse loro la responsabilità di quanto sta accadendo. Sarebbe interessante vedere se tutti quelli che hanno deciso tagliare posti letto piuttosto che mettere alla gogna – ma dopo essersi fatti restituire sino all’ultimo centesimo -  i tanti, troppi avvoltoi che hanno speculato sulla salute della gente ( da qualunque parte siano essi spuntati), si trovassero loro stessi a dover affrontare situazioni simili. E a poco serve a giustificare la realtà dei fatti l’emergenza di questi giorni, legata all’epidemia influenzale: l’influenza, come le epidemie o le catastrofi naturali, ci sono sempre state ma il nostro sistema sanitario è stato sempre in grado di gestire le emergenze  rispettando la dignità dell’uomo, soprattutto se bisognoso di un pronto soccorso. Quanto accaduto all’ospedale di Nola – malati ricoverati e distesi sul pavimento per mancanza di letti -   riapre dunque la discussione sulla programmazione dei posti letto ospedalieri e sulla pericolosità dei tagli lineari in sanità. Con l’applicazione della “Spending review” il taglio dei posti letto (pubblici o convenzionati che sia) rispetto al 2000 ha oramai superato le 70.000 unità (da circa 295.000 a 224.000 p.l.) per raggiungere quel target del 3,7 per mille abitanti, tra posti letti per acuti e post-acuti (lungodegenza/riabilitazione), individuato negli oramai famigerati “Standard ospedalieri” emanati dalla Conferenza Stato/Regioni con il DM 70/2015. Come se non bastasse, vi sono regioni che viaggiano con dotazioni di posti letto per acuti al di sotto del 3 per mille abitanti, arrivando in alcune aree regionali anche al 2,3-2,5. Alcune istituzioni sanitarie gestite da enti religiosi sono state addirittura costrette a chiudere per questo motivo. L’Anaao Assomed  ha recentemente analizzato quanto succede nel resto d’Europa ed ha lanciato un grido d’allarme non tanto trascurabile: in Italia ci stiamo pericolosamente avvicinando al baratro nel quale è sprofondata la sanità inglese in base a scelte sbagliate. I dati OECD pubblicati nel 2016, ma riferiti al 2014, rilevano una condizione che dovrebbe far riflettere. Se si considerano i posti letto per acuti, l’Italia con il suo 3,3 ‰ è ben al di sotto della media dell’Europa dei 27 (5,2‰). Il confronto con gli altri Paesi europei a noi vicini per condizioni economiche e sociali diventa imbarazzante. La Germania è all’8,2‰, l’Austria al 7,6‰, la Svizzera al 4,7‰, la Francia al 6,2‰. Solo la Spagna e l’Inghilterra hanno una dotazione di posti letto inferiore alla nostra assestandosi la prima al 3‰ e la seconda 2,7‰. E proprio in Inghilterra da almeno tre anni sono stati avanzati, da importanti epidemiologi, forti dubbi sulle politiche sanitarie seguite negli ultimi decenni. Anzi hanno fortemente criticato l’idea secondo la quale attraverso l’incremento delle cure territoriali si possano ridurre i ricoveri dei soggetti anziani e fragili e quindi la necessità di cure ospedaliere. Al contrario essi hanno sostenuto che le persone anziane, fragili e spesso poli-patologiche sono soggette a frequenti episodi di instabilizzazione che è difficile trattare in un ambito di cure primarie per la complessità del quadro clinico e la necessità di supporti diagnostici e terapeutici adeguati. E ha conclusione del loro intervento gli studiosi hanno affermato che: “Nelle ultime decadi vi è stata una importante riduzione dei posti letto per acuti e molti ospedali ora lavorano con un indice di occupazione dei posti letto intorno al 90%. Ulteriori riduzioni nei posti letto nella vana speranza che aumentando i servizi territoriali si riducano i ricoveri potrebbe rivelarsi potenzialmente pericoloso per la cura dei pazienti”. Del resto è consolidato in letteratura il dato che lavorare con indici di occupazione dei posti letto ospedalieri superiori all’85% comporti un incremento della morbilità e mortalità dei pazienti ricoverati sia per il rischio aumentato di infezioni ospedaliere sia per la minore attenzione con cui vengono seguiti dalle équipe i casi complessi in condizioni di stress lavorativo. In Italia siamo nel pieno di una transizione demografica ed epidemiologica. I soggetti ultra sessantacinquenni passeranno dai circa 12 milioni attuali ai circa 18 milioni del 2050. I pazienti che si osservano oggi negli ospedali sono sempre più anziani, disabili, con diverse comorbilità spesso misconosciute. L’evoluzione demografica ci metterà sempre di più di fronte a questi pazienti clinicamente complessi e soggetti a instabilizzazioni anche per cause banali.
Pensare di riorganizzare ed “efficientare” il sistema sanitario attraverso politiche di tagli lineari su fattori produttivi importanti come i posti letto e le dotazioni organiche dei medici e degli infermieri ospedalieri, da cui dipendono i diritti di accesso alle cure dei cittadini, merita un’attenta valutazione da parte dei nostri decisori politici. Anche le società scientifiche dei medici dell’emergenza/urgenza, individuano nella mancanza di posti letto la causa principale dello stazionamento improprio, indegno ed insicuro dei pazienti in Pronto soccorso. Ed in questo quadro è anche legittimo chiedersi come andrà a finire la gestione dei freschissimi LEA.  Se non si cambia verso, il rischio di ripetere con un decennio di ritardo gli errori del NHS non è trascurabile. Il nostro SSN sta precipitando nel baratro dell’incapienza. Un’incapienza di posti letto, di medici, di infermieri, di operatori socio- sanitari, di risorse in conto capitale, di formazione che sempre di più rende incompatibili assistenza, sicurezza delle cure e rispetto dei diritti e della dignità degli utenti. Basta mandare i Carabinieri del NAS a controllare la situazione nei Pronto Soccorso? Forse c’è bisogno anche di qualcos’altro.