Secondo dati OMS, 285 milioni di persone nel mondo lamentano disturbi visivi, di questi 39 milioni sono non vedenti. In Italia i dati Istat del 2005 contano 1 milione e mezzo di ipovedenti e 362mila non vedenti.

Se da un lato i progressi scientifici e tecnologici hanno notevolmente ridotto il numero dei pazienti destinati alla cecità, sono in continuo aumento i disturbi visivi in generale, soprattutto per l’allungamento della vita media della popolazione. In base a questi dati, il piano d’azione globale elaborato dall’OMS per il 2014-2019, ha tra le sue priorità proprio la prevenzione della disabilità visiva.

Queste direttive sono state recepite anche dal nostro Paese, che ha messo a punto un piano nazionale di prevenzione per il triennio 2014-2018.

Numerose le campagne di prevenzione avviate dal ministero della Salute, dal sito www.iapb.it (sezione italiana dell’Agenzia Internazionale per la prevenzione della cecità), alla pagina Facebook della IAPB Italia ONLUS, dal numero verde 800.068506, alla campagna “Apri gli occhi”, giunta anche nelle scuole, alla giornata mondiale della vista.  

Il Polo nazionale di servizi e di ricerca per la prevenzione della cecità e la riabilitazione visiva, che nel 2015 ha erogato quasi 2mila prestazioni, ha avviato un modello di tele-riabilitazione che agisce attraverso un software, da installare su tablet o pc, che permette ai pazienti di esercitare la vista a seconda del problema riscontrato.

Per fotografare l’effettivo stato della Penisola in merito a questo genere di problematiche, il ministero della Salute ha redatto una relazione sulle attuali politiche di prevenzione della cecità e riabilitazione visiva.

Sul territorio nazionale, nel quale sono presenti circa 70 strutture, non si rileva una situazione omogenea, con alcune Regioni che hanno più centri di eccellenza, altre molti di meno. Questo costringe ancora una volta la popolazione a spostarsi dal territorio di appartenenza. Dalle 16 strutture lombarde e alle 11 siciliane, si scende alle 5 presenti in Piemonte, 4 in Veneto e Abruzzo, fino a giungere al numero esiguo del resto d’Italia: da 3 a 1.

Se molto si è fatto riguardo a queste patologie, molto resta ancora da fare perché il problema venga affrontato in modo adeguato in tutto il territorio nazionale. Non ultima la digitalizzazione delle cartelle dei pazienti, che consenta una raccolta dati in grado di fornire un quadro uniforme della situazione italiana.