Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istat la rinuncia a visite o accertamenti specialistici per problemi di liste di attesa complessivamente riguarda circa 2 milioni di persone (3,3% dell'intera popolazione). E sempre stando ai dati dell’ISTAT le liste di attesa inducono a rinunciare alle citate prestazioni quasi il 5% di coloro che hanno un'età compresa tra i 45 e i 64 anni e il 4,4% degli ultrasessantacinquenni.. Eppure  ci sarebbe un mezzo molto rapido per  ridurre notevolmente questi famigerati tempi di attesa. Chi non ha molta dimistichezza con il modo di funzionare del Servizio Sanitario Nazionale non sa per esempio che nel circuito del servizio pubblico la legge istitutiva dello stesso SSN ha inserito  strutture private con le quali lo Stato ha sottoscritto una convenzione: Una volta accertata  l’idoneità della struttura a fornire le stesse prestazioni offerte dal pubblico, e secondo gli stessi standard qualitativi tecnologici e professionali, la struttura è stata accreditata ed equiparata, in tutto e per tutto a quella pubblica. Dunque è possibile per il cittadino accedervi così con le stesse procedure usate per accedere alla struttura pubblica, e soprattutto agli stessi costi (il ticket). Lo Stato eroga alla struttura un rimborso a prestazione, concordato a tavolino in modo tale da coprire almeno i costi della prestazione stessa, così come accade più o meno per la struttura pubblica (i cui buchi di bilancio alla fine però  sono sanati dallo Stato con i soldi dei cittadini, mentre il privato deve provvedere a proprie spese. Per inciso i rimborsi di cui si parla sono oggi calcolati in base agli accordi stipulati nel 2011 a cui peraltro è stato anche  tagliato il 2%!)  Di queste strutture “private convenzionate” fanno parte quelle Associate all’ARIS, gestite da enti e congregazioni religiose, che operano in regime “non profit”. Il che significa che non svolgono attività lucrativa perché sono tenute a reinvestire eventuali guadagni nell’istituzione stessa  al fine di renderla sempre di più elevata efficienza tecnologica e professionale. La loro presenza ha già ridotto circa del 50% l’attesa per usufruire di diverse prestazioni. Il problema è che  a queste strutture sono posti ferrei limiti: non possono andare oltre certi numeri di prestazioni. Hanno cioè un tetto massimo che non possono sforare perché altrimenti pagano  di tasca  propria. Il che significa che tutto il tempo che risulta libero dopo aver coperto il tetto previsto dall’accordo con le ASL, ed è veramente tanto, viene utilizzato per prestazioni a pagamento da parte del malato. In  sostanza è quello che accade nel pubblico quando, per le lungaggini della lista di attesa, ci si rivolge all’attività intramoenia, cioè a medici e ambulatori strumentali istituzionali  che lavorano oltre l’orario di servizio. Ma anche qui c’è una differenza e non da poco: a parità di prestazioni costano  più quelle intramoenia, cioè fatte nella struttura pubblica ma fuori orario di lavoro contrattuale,  che  quelle effettuate nelle strutture private. “Basterebbe rivedere i limiti imposti al privato convenzionato – ha  notato  P. Virginio Bebber, Presidente Nazionale ARIS- se non per eliminare del tutto almeno ridurre al minimo le liste di attesa. Manca la volontà politica per farlo. Eppure si tratterebbe  di venire incontro alle esigenze di cittadini malati la cui salute è costituzionalmente garantita”. Il Presidente ARIS lo ha fatto presente in tutti gli ambiti e più recentemente in una lettera inviata  all’onorevole Carlo Durigon, Sottosegretario al Ministero del Lavoro, il cui motivo principale era la difficile situazione in cui si trova il personale delle strutture convenzionate a causa delle difficoltà per il rinnovo del contratto di lavoro in assenza del dovuto intervento  del governo, regionale o statale che sia.

E tutto ciò finisce per ricadere sulle spalle del cittadino, molti dei quali in difficoltà persino ad accedere alle cure. Sono infatti oltre 4 milioni le persone che vi rinunciano per motivi economici (6,8%)".

Inoltre tra quanti dichiarano che le risorse economiche della famiglia sono scarse o insufficienti l'incidenza della rinuncia alle prestazioni specialistiche è complessivamente pari al 5,2%, a fronte dell'1,9% tra le famiglie che dichiarano di avere risorse ottime o adeguate. Sono forti le differenze territoriali tra Nord e Centro-Sud. La percentuale più bassa si rileva infatti nel Nord-est (2,2%) e la più elevata nelle Isole (4,3%). Distinguendo le prestazioni sanitarie, la rinuncia per liste di attesa è più frequente per le visite specialistiche (2,7%) rispetto agli accertamenti specialistici (1,6%). Queste situazioni rappresentano soprattutto un segnale di vulnerabilità nell'accesso alle cure che riguarda in particolare i meno abbienti.