Non abbandonare il malato: sembra una osservazione «banale» o «scontata» ma non lo è. È invece «un principio profondamente radicato nell’insegnamento della Chiesa» e «mette in evidenza l’importanza di trattare il dolore e allo stesso tempo accogliere il limite costitutivo della natura umana». Lo ha sottolineato padre Carlo Casalone, gesuita e medico, accademico della Pontificia Accademia per la Vita, nell’intervento a Prato in apertura del convegno nazionale «La spiritualità nel fine vita. Accompagnamento spirituale in Hospice e nelle Cure Palliative». L’iniziativa è stata promossa dalla Comunità dei Ricostruttori e dalla Associazione Tutto è Vita Onlus.

«La medicina – ha osservato padre Casalone, che ha affrontato il tema «La morte e il passaggio alla vita risorta» – deve considerare il bene integrale della persona e fare sempre i conti con il dovere di assistere il malato visto nella sua interezza di persona». L’insegnamento della Chiesa – ha aggiunto – è molto vasto e ricco. I princìpi «inderogabili», in questo caso, riguardano il «no» all’eutanasia; ma allo stesso tempo esiste una vasta tradizione cattolica che si interroga sul senso del trattamento in relazione alle specifiche condizioni del paziente. «La morte è un evento ineluttabile e naturale, che riguarda ognuno di noi. Essere vicini, prossimi e solidali gli uni con gli altri, è un modo di morire che vince il fatto contingente della morte. Nella tradizione scientifica il medico certamente ha il compito di curare, però nella visione di fede è Dio a salvare ognuno di noi. La prospettiva del credente è a favore di una visione umana delle fasi finali della vita, trattando il dolore e accogliendo il limite. Prossimità e solidarietà curano nelle fasi finali della vita».

Christina Puchalski, docente alla George Washington University, ha tenuto una Lectio Magistralis sottolineando l’importanza del «prendersi cura» e della spiritualità nei confronti dei malati terminali. «In oncologia – ha notato – si è oramai attenti agli aspetti psicologici del rapporto con il malato e alle ricadute emotive dei trattamenti di cura. È invece poco presente l’attenzione alle necessità spirituali dei malati, che hanno a che fare con il senso della vita, del dolore, della sofferenza. Molti studi, negli ultimi dieci anni, hanno sottolineato l’importanza di integrare la dimensione spirituale nella cura, in una visione olistica del malato. Il che presuppone una specifica formazione per gli operatori sanitari ai diversi livelli, la presenza di cappellani per l’assistenza spirituale, la messa a punto di modelli di intervento come avviene ad esempio in Gran Bretagna».

A questo proposito la Pontificia Accademia per la Vita, seguendo le indicazioni di Papa Francesco, ha avviato dal 2017 un progetto di studio e ricerca sulle Cure Palliative. Sono stati realizzati finora convegni (Italia, Usa, Brasile, Qatar), messe a punto due dichiarazioni - con i Metodisti e con la WISH Foundation (Qatar). È stato pubblicato un Libro Bianco (White Paper) che raccoglie le indicazioni di un gruppo di esperti (tra cui il prof. Carlos Centeno e la prof.ssa Puchalski) sull’implementazione delle Cure Palliative; il testo in questi giorni viene inviato agli ospedali cattolici e alle Università cattoliche nel mondo.