Sono dati drammatici quelli tracciati dal XV Rapporto sulle politiche della cronicità di Cittadinanzattiva , presentato recentemente a Roma. Già il titolo è tutto un programma: “In cronica attesa”. Costi stellari per pagare farmaci, assistenza e residenze sanitarie; anche fino a 60 mila euro di tasca propria per un ricovero in Rsa; attese di anni per una prima diagnosi dai servizi pubblici; screening assenti e ritardi diagnostici fino al 60% dei casi. L’assenza di servizi socio-sanitari adeguati, denunciata, di nuovo, dal 60% delle associazioni. E da tempo si attende che sia finalmente attuato il Piano nazionale cronicità, approvato in Conferenza Stato-Regioni sette mesi fa. Fino a oggi questo strumento di programmazione - che avrebbe dovuto dare ordine e governance al settore che rappresenta il primo campanello d’allarme per l’assistenza e la sostenibilità della spesa sanitaria, con oltre il 38% degli italiani che dichiara di avere almeno una cronicità e il 70% di risorse assorbite - ha prodotto frutti ben magri: recepito formalmente soltanto in due regioni, Umbria e Puglia, viene “sbocconcellato” qua e là in giro per l’Italia, in ordine sparso, a suon di corsi di formazione “spot” per i medici e di altri provvedimenti frammentari. Intanto il 38,3% degli italiani dichiara di avere almeno una patologia cronica e di questi circa il 70% dichiara di essere comunque in buona salute. Ipertensione (17,1%), artrosi/artrite (15,6%) e malattie allergiche (10,1%) sono le tre malattie croniche più diffuse. Per quanto riguarda le malattie rare, in Italia si stima ci siano tra i 450mila e i 670mila malati rari.

Oltre il 60% delle associazioni segnala la carenza di servizi socio-sanitari sul proprio territorio (ad esempio logopedia, riabilitazione, assistenza domiciliare, servizi di trasporto) e le difficoltà di orientarsi fra i servizi, più del 50% evidenzia difficoltà in ambito lavorativo, legate alla propria patologia, disagi nel comunicare la malattia, difficoltà economiche. La riduzione dei posti letto ospedalieri comporta che, in due casi su cinque, i pazienti debbano ricoverarsi lontano dalla propria residenza o, in più di un caso su tre, accontentarsi di un posto letto in un reparto non idoneo (ad esempio, ragazzi ricoverati in reparti per adulti, pazienti immuno-compromessi in reparti affollati e potenzialmente pericolosi). Una volta ricoverati bisogna, poi, in più di un caso su cinque, fare i conti con pasti non adeguati e mancanza di attenzione del personale medico/infermieristico. Per il 15% delle associazioni non viene rispettata la dignità della persona a causa della dotazione del reparto.

Quando il ricovero avviene in una struttura riabilitativa, lungodegenza o Rsa, i cittadini segnalano lunghe attese per accedervi (68%), la mancanza di équipe multi-professionali (40%), la necessità di pagare una persona che assista il paziente ricoverato (32%) o il costo eccessivo della stessa struttura (28%). In caso di assistenza domiciliare, il primo ostacolo è nella sua attivazione (63%), il numero insufficiente di ore erogate (60%) o la mancanza di figure specialistiche necessarie (45%). Per il 40% manca anche l’assistenza di tipo sociale.