Il sistema sanitario non è al collasso. I problemi non mancano, a partire dalle infinite liste d'attesa per arrivare al lavoro precario e alla corruzione diffusa, ma il sistema continua ad essere universalistico e al passo con i paesi più sviluppati. Secondo il primo Rapporto sulla sanità realizzato da Eurispes ed Enpam, sotto l'egida dell'Osservatorio su salute, previdenza e legalità, presentato oggi al ministero della Salute, i dati a livello internazionale attestano che in Italia il bene-salute è accettabilmente garantito, pur tra le difformità e gli squilibri che ne inficiano l'immagine complessiva.  Il Ssn è un «paziente sano» ha ribadito il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, «al quale negli ultimi cinque anni sono state somministrate medicine innovative. Insomma, il sistema non è più un malato inguaribile ma un paziente che bisognerà continuare a trattare e, soprattutto, al quale dovranno essere applicate terapie preventive per evitare ricadute». Tra i tagli della spesa e la difformità dei piani regionali, infatti, secondo Lorenzin «il sistema non è rimasto immobile anzi, tra l'evoluzione pur faticosa dei piani di rientro di molte regioni, il varo dei nuovi Livelli essenziali di assistenza (Lea) e delle nuove politiche vaccinali, per alcuni versi ha imboccato le strade giuste per vivere a lungo». Per il futuro  bisognerà fare di più. Anche i temi legati agli sprechi e alla corruzione, secondo il rapporto Eurispes-Enpam «non risultano una peculiarità del nostro Paese. Infatti le statistiche elaborate dagli organismi internazionali (Ocse e Ue) fanno rientrare l'Italia nei range medi di diffusione delle cattive pratiche e dell'illegalità». «Si può stimare nel 5,59% circa il tasso medio di corruzione e frode in sanità - sottolinea il rapporto - con un range che spazia tra il 3,29 e il 10% che determinerebbe un danno per la sanità di 6,5 mld all'anno che salirebbe a 23,6 mld aggiungendo inefficienze (3% della spesa) e sprechi (18%)». Secondo Vincenzo Macrì, ex magistrato antimafia, presidente del Comitato Scientifico dell'Osservatorio salute, previdenza e legalità dallo studio emerge «un quadro sorprendente per chi ritiene che la situazione italiana sia decisamente peggiore delle altre per inefficienza, sprechi, assenteismo, corruzione, che ne caratterizzano l'attività. E invece così non è». Non sembra funzionare, invece, la terapia dell’intramoenia somministrata al Ssn nel 1998. «La lunghezza delle liste di attesa ha prodotto riflessioni critiche sul ruolo ed il reale funzionamento dell'intramoenia - sottolinea il rapporto - che finisce col generare una forte disparità nell'erogazione della cura su base censuaria, oltre che dilatare i tempi di accesso alle visite specialistiche per chi non vi fa ricorso». Così, mentre «la spesa delle famiglie in ticket per il 2015 è di 1,40 mld, gli italiani hanno sborsato nello stesso anno per l'intramoenia ben 1,11 mld». Attualmente, però, sostengono Eurispes ed Enpam, « dall'intramoenia entra nelle casse pubbliche poco più 10% dei volumi generati: circa 150 milioni di euro». «Se si scende dal dato nazionale alla situazione delle diverse Regioni - aggiunge il rapporto - i risultati non sono omogenei ma appaiono, comunque, tutt'altro che soddisfacenti. Nel Lazio i volumi complessivi di intramoenia producono più di 137 mln, ma nelle casse della sanità regionale rimangono solo circa 13 mln. In Lombardia si spendono in intramoenia circa 262 mln, ma alle casse della Regione ne giungono solo circa 18 mln».Insomma, serve recuperare efficienza. A partire dalla forza lavoro, ossia dai 2,2 milioni di addetti che rappresentano quasi il 10% del totale degli occupati in Italia. Sembrano tanti e invece, tra precariato e forte invecchiamento del personale sanitario «si rischiano di generare dei vuoti incolmabiliche in alcune aree, ed in particolare nella medicina generale (medico di base e pediatra di libera scelta)». «Secondo la Federazione italiana dei medici di famiglia - sottolinea il rapporto - circa 21.700 medici di base andranno in pensione entro il 2023, mentre il numero dei giovani medici “in ingresso” si prevede non superiore alle 6.000 unità. Questo significherà una carenza di 16.000 medici di base e la quasi certezza che entro il prossimo decennio almeno un terzo dei residenti nella Penisola non potrà avvalersi del medico di famiglia». Se l’Italia è seconda solo alla Germania per il numero di medici, nell’area della medicina di base si colloca nella fascia bassa della classifica. Mentre la Germania ne conta 167,4 ogni centomila abitanti, in Italia ce ne sono 88,9, pari quindi alla metà.