I pazienti, oncologici e non, in fase avanzata di malattia vengono frequentemente sottoposti a semplici manovre assistenziali come la mobilizzazione a letto e le cure igieniche. Alcuni studi scientifici hanno definito queste attività come vere e proprie procedure. In cure palliative, le procedure assistenziali e di nursing possono essere effettuate più volte al giorno con il duplice obiettivo di migliorare la qualità di vita e di tutelare la dignità della persona malata. Ma queste procedure possono anche far male. Lo dimostra uno studio condotto da Antea, con la collaborazione di 23 centri italiani di cure palliative, su 1.239 pazienti, la maggior parte dei quali in regime di assistenza domiciliare (65.6%). La quasi totalità dei pazienti aveva una patologia oncologica (96%) e nel 63.7% dei casi era in terapia fissa con oppiacei per il controllo del dolore di base. Lo studio è stato condotto in ottemperanza alle raccomandazioni della Dichiarazione di Helsinki e alle normative vigenti di Buona Pratica Clinica; ha ricevuto parere favorevole dal Comitato Etico (CE) indipendente di riferimento per il centro promotore e da tutti i CE dei centri di cure palliative italiani coinvolti. E’ stato notificato al registro studi osservazionali dell’AIFA.   

Prima di avviare la rilevazione dei dati, sono state identificate, attraverso un focus group e delle interviste semi-strutturate rivolte a pazienti e caregiver, le procedure più frequenti e potenzialmente dolorose effettuate in cure palliative. Sulla base dei risultati di questa analisi, è stato deciso di includere nello studio i pazienti in cui, nell’ambito nella pratica clinica quotidiana, fosse indicata l’effettuazione di una delle seguenti procedure: mobilizzazione a letto, trasferimento dal letto alla poltrona, cure igieniche, medicazione di lesioni da pressione, cateterismo vescicale e somministrazione di farmaci per via sottocutanea. Sono stati registrati dati relativi all’ anamnesi generale ed algologica, ed è stato misurato il dolore 10 minuti prima, durante e 10 minuti dopo l’effettuazione di una delle procedure elencate sopra. Inoltre sono stati raccolti i dati relativi all’ eventuale somministrazione di terapia preventiva o al bisogno, assunta per il dolore procedurale. La prevalenza del dolore indotto da procedure è risultata pari al 27.8%, con un’intensità media di grado lieve (NRS 2.3 ± 1.64). Nell’ 11.8% dei casi, il dolore aveva le caratteristiche di un “Breakthrough pain”, con intensità di grado moderato (NRS 4.3 ± 1.67).  La procedura risultata più dolorosa è stata la medicazione di lesioni da pressione. In generale, tutti i pazienti hanno avuto un aumento significativo dell’intensità del dolore durante l’effettuazione delle procedure (P<0.0001). Il 12.6% dei pazienti ha ricevuto farmaci per la prevenzione del dolore procedurale, mentre l’1.7% ha ricevuto farmaci al bisogno, durante l’effettuazione della procedura per insorgenza di dolore. Il 31% dei pazienti aveva una prescrizione di terapia da assumere al bisogno prima delle procedure di mobilizzazione o di medicazione e riferiva di non voler assumere i farmaci perché “preferiva sopportare quel dolore di breve durata o non troppo severo”, oppure “aveva paura di assumere troppe medicine e di diventare dipendente”. “Dai risultati di questo studio è emerso che l’effettuazione di procedure assistenziali, non o minimamente invasive, può essere responsabile dell’insorgenza di dolore, di intensità variabile, anche in un contesto come quello delle cure palliative, dove l’attenzione al controllo del dolore è massima”, commenta Caterina Magnani, responsabile della ricerca clinica, Antea Onlus. Se spostare un paziente in poltrona, metterlo in carrozzina per uscire all’aria aperta con i suoi cari, fargli un bagno caldo al letto e medicare le sue lesioni sono cure che consentono di dare qualità di vita e alle quali, secondo Magnani, “non è possibile rinunciare”, è altrettanto vero, evidenzia l’esperta, che “oggi abbiamo a disposizione tutti gli strumenti farmacologici che ci permettono di evitare questo dolore e abbiamo il dovere di valutarlo e trattarlo in maniera appropriata, in ogni contesto di cura, facendo comprendere ai nostri pazienti che non è necessario sopportare il dolore. La nostra sfida per il futuro è quella di continuare a lavorare, accanto ai pazienti e alle loro famiglie, perché ogni forma di dolore venga considerata e trattata adeguatamente, ovunque si trovi la persona malata, nel rispetto della propria dignità”.