Papa Francesco nel giorno dell’Ascensione, il 10 maggio, si è recato in visita postorale alla comunità di Nomadelfia, una località nel grossetano che, come è noto, è popolata da una comunità  di volontari cattolici che ha messo a fondamento della propria vita la fraternità evangelica. Il senso di questa comunità  è mostrare che è possibile vivere il Vangelo in forma sociale donandosi integralmente agli altri, realizzando così quei principi di giustizia e fraternità che si è scelto di seguire. Attualmente, Nomadelfia è composta da circa 300 persone; è il frutto di un lungo cammino individuale e comunitario. Individuale perché i  valori di ognuno, i loro  principi, la loro impostazione di vita provengono dal carisma che si è incarnato nel fondatore, don Zeno Saltini (1900-1981). Comunitario perché questo carisma raccoglie intorno a sé un gruppo di famiglie e singoli che hanno scelto di seguirlo, in un cammino di condivisione di vita. “Cambio civiltà, cominciando da me stesso”: con questa affermazione, don Zeno  invitava a costruire, ora, il mondo in cui vivranno i nostri fratelli, domani. Tra le tante parole che Papa Bergoglio ha lasciato agli abitanti della cittadina nel cuore della comunità, ne abbiamo scelte alcune che meglio si addicono alla realtà che noi vorremmo costruire ed essere. Le riproponiamo affinchè siano oggetto di riflessione per tutti.

 

(….) Chiara Lubich ha sentito da Dio la spinta a far nascere Loppiano – e poi le altre cittadelle che sono sorte in varie parti del mondo – contemplando, un giorno, l’abbazia benedettina di Einsiedeln, con la sua chiesa e il chiostro dei monaci, ma anche con la biblioteca, la falegnameria, i campi… Lì, nell’abbazia, Dio è al centro della vita, nella preghiera e nella celebrazione dell’Eucaristia, da cui scaturisce e si alimenta la fraternità, il lavoro, la cultura, l’irradiazione in mezzo alla gente della luce e della energia sociale del Vangelo. E così Chiara, contemplando l’abbazia, è stata spinta a dar vita a qualcosa di simile, in forma nuova e moderna, in sintonia col Vaticano II, a partire dal carisma dell’unità: un bozzetto di città nuova nello spirito del Vangelo.

Una città in cui risalti innanzitutto la bellezza del Popolo di Dio, nella ricchezza e varietà dei suoi membri, delle diverse vocazioni, delle espressioni sociali e culturali, ciascuno in dialogo e a servizio di tutti. Una città che ha il suo cuore nell’Eucaristia, sorgente di unità e di vita sempre nuova, e che si presenta agli occhi di chi la visita anche nella sua veste laica e feriale, inclusiva e aperta: con il lavoro della terra, le attività dell’impresa e dell’industria, le scuole di formazione, le case per l’ospitalità e gli anziani, gli ateliers artistici, i complessi musicali, i moderni mezzi di comunicazione…

Una famiglia in cui tutti si riconoscono figli e figlie dell’unico Padre, impegnati a vivere tra loro e verso tutti il comandamento dell’amore reciproco. Non per starsene tranquilli fuori dal mondo, ma per uscire, per incontrare, per prendersi cura, per gettare a piene mani il lievito del Vangelo nella pasta della società, soprattutto là dove ce n’è più bisogno, dove la gioia del Vangelo è attesa e invocata: nella povertà, nella sofferenza, nella prova, nella ricerca, nel dubbio.

Il carisma dell’unità è uno stimolo provvidenziale e un aiuto potente a vivere questa mistica evangelica del noi, e cioè a camminare insieme nella storia degli uomini e delle donne del nostro tempo come “un cuore solo e un’anima sola” (cfr At 4,32), scoprendosi e amandosi in concreto quali “membra gli uni degli altri” (cfr Rm 12,5). Per questo Gesù ha pregato il Padre: «perché tutti siano uno come io e te siamo uno» (Gv 17,21), e ce ne ha mostrato in Sé stesso la via fino al dono completo di tutto nello svuotamento abissale della croce (cfr Mc 15,34; Fil 2,6-8). È quella spiritualità del “noi”. Voi potete fare a voi stessi, e anche agli altri, per scherzare, un test. Un prete che è qui – più o meno nascosto – lo ha fatto a me questo test. Mi ha detto: “Mi dica, padre, qual è il contrario dell’ ‘io’, l’opposto dell’ ‘io’? E io sono caduto nel tranello, e subito ho detto: ‘Tu’. E lui mi ha detto: “No, il contrario di ogni individualismo, sia dell’io sia del tu, è ‘noi’. L’opposto è noi”. È questa spiritualità del noi, quella che voi dovete portare avanti, che ci salva da ogni egoismo e ogni interesse egoistico. La spiritualità del noi.

Non è un fatto solo spirituale, ma una realtà concreta con formidabili conseguenze – se lo viviamo e se ne decliniamo con autenticità e coraggio le diverse dimensioni – a livello sociale, culturale, politico, economico… Gesù ha redento non solo il singolo individuo, ma anche la relazione sociale (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 178). Prendere sul serio questo fatto significa plasmare un volto nuovo della città degli uomini secondo il disegno d’amore di Dio”(…)