Papa Francesco ha inaugurato l’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana in corso presso l’Aula del Sinodo in Vaticano. In apertura dei lavori il Primate d’Italia ha rivolto tre raccomandazioni ai confratelli Vescovi. Subito dopo è intervenuto il Presidente della CEI cardinale Gualtiero Bassetti, il quale ha dettato le linee programmatiche per il prossimo futuro.

 

 

Il discorso di Papa Francesco

 

Cari fratelli,

Vi ringrazio per questo incontro che desidererei fosse un momento di aiuto al discernimento  pastorale sulla vita e la missione della chiesa italiana. Vi ringrazio anche per lo sforzo che offrite ogni giorno nel portare avanti la missione che il Signore vi ha affidato e nel servire il popolo di Dio con e secondo il cuore del Buon Pastore.

Vorrei oggi parlarvi nuovamente di alcune questioni che abbiamo trattato nei nostri precedenti incontri per approfondirle e integrarle con questioni nuove per vedere insieme a che punto siamo. Vi darò la parola in seguito per rivolgermi le domande, le perplessità e le ispirazioni le critiche, tutto quello che portate nel cuore. Sono tre i punti di cui io vorrei parlare.

1  Sinodalità e collegialità

In  occasione  della  commemorazione  del  50°  anniversario  dell’istituzione  del  Sinodo  dei Vescovi, tenutasi il 17 ottobre 2015, ho voluto chiarire che «il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio […] è dimensione costitutiva della Chiesa», così che «quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola sinodo».

Anche il nuovo documento della Commissione Teologica Internazionale,  sulla sinodalità nella vita  e  nella  missione  della  Chiesa,  nel  corso  della  Sessione  Plenaria  del  2017,  afferma  che  «la inodalità, nel contesto ecclesiologico, indica lo specifico  modus vivendi et operandi  della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel  radunarsi  in  assemblea  e  nel  partecipare  attivamente  di  tutti  i  suoi  membri  alla  sua  missione vangelizzatrice». E prosegue così: «Mentre il concetto di sinodalità richiama il coinvolgimento e la partecipazione di tutto il Popolo di Dio alla vita e alla missione della Chiesa, il concetto di collegialità precisa il significato teologico e la forma di esercizio del ministero dei Vescovi a servizio della Chiesa particolare affidata alla cura pastorale di ciascuno e nella comunione tra le Chiese particolari in seno all’unica e universale Chiesa di Cristo, mediante la comunione gerarchica del Collegio episcopale col Vescovo  di  Roma.  La  collegialità,  pertanto,  è  la  forma  specifica  in  cui  la  sinodalità  ecclesiale  si manifesta e si realizza attraverso il ministero dei Vescovi sul livello della comunione tra le Chiese particolari in una regione e sul livello della comunione tra tutte le Chiese nella Chiesa universale.  Ogni autentica manifestazione di sinodalità esige per sua natura l’esercizio del ministero collegiale dei Vescovi».

Mi rallegro dunque che questa assemblea ha voluto approfondire questo argomento che in realtà  descrive  la  cartella  clinica  dello  stato  di  salute  della  Chiesa  italiana  e  del  vostro  operato pastorale ed ecclesiastico. Potrebbe  essere  di  aiuto  affrontare  in  questo  contesto  di  eventuale  carente  collegialità  e partecipazione nella conduzione della Conferenza  CEI sia nella determinazione dei piani pastorali, che negli impegni programmatici economico-finanziari.

Sulla sinodalità, anche nel contesto di probabile Sinodo per la Chiesa italiana – ho sentito un “rumore” ultimamente su questo, è  arrivato fino a Santa  Marta! –, vi sono due direzioni:  sinodalità dal basso in alto, ossia il dover curare l’esistenza e il buon funzionamento della Diocesi: i consigli, le parrocchie, il coinvolgimento dei laici… (cfr  CIC  469-494)  –  incominciare dalle diocesi: non si può fare  un grande sinodo senza andare alla base. Questo è il movimento dal basso in alto   e la valutazione del ruolo dei laici; e poi la sinodalità dall’alto in basso, in conformità al ancora vigente e deve accompagnarci in questo cammino. Se qualcuno pensa di fare un sinodo sulla Chiesa italiana, si deve incominciare dal basso verso l’alto, e dall’alto verso il basso con il documento di Firenze. E questo prenderà, ma si camminerà sul sicuro, non sulle idee.

2   La riforma dei processi matrimoniali

Come ben sapete, con i due Motu proprio  Mitis Iudex Dominus Iesus  e  Mitis et Misericors Iesus, pubblicati nel 2015, sono stati riordinati  ex integro  i processi matrimoniali, stabilendo tre tipi di processo: ordinario, breviore e documentale.L’esigenza  di  snellire  le  procedure  ha  condotto  a  semplificare  il  processo  ordinario,  con l’abolizione della doppia decisione conforme obbligatoria. D’ora in poi, se non c’è appello nei tempi previsti, la prima sentenza che dichiara la nullità del matrimonio diventa esecutiva. Vi è, poi, l’altro tipo di processo: quello breviore. «Questa forma di processo è da applicarsi nei casi in cui l’accusata nullità del matrimonio è sostenuta dalla domanda congiunta dei coniugi, argomenti evidenti, essendo le prove della nullità matrimoniale di rapida dimostrazione. Con la domanda fatta al Vescovo, e   il processo istruito dal Vicario giudiziale o da un istruttore, la decisione finale, di dichiarazione della nullità o di rinvio della causa al processo ordinario, appartiene al Vescovo stesso, il quale – in forza del suo ufficio pastorale  –  è con Pietro il maggiore  garante dell’unità cattolica nella fede e nella disciplina.  Sia  il  processo  ordinario  che  quello  breviore  sono  comunque  processi  di  natura prettamente giudiziale, il che significa che la nullità del matrimonio potrà essere pronunciata solo qualora il giudice consegua la certezza morale sulla base degli atti e delle prove raccolte».

Il processo breviore ha introdotto così una tipologia nuova, ossia la possibilità di rivolgersi al Vescovo, quale capo della Diocesi, chiedendogli di pronunciarsi personalmente su alcuni casi, nei casi più manifesti di nullità. E questo poiché la dimensione pastorale del Vescovo, comprende ed esige anche la sua funzione personale di giudice. Il che non solo manifesta la prossimità del pastore diocesano  ai  suoi  fedeli,  ma  anche  la  presenza  del  Vescovo  come  segno  di  Cristo  sacramento  di salvezza.  Per  questo  il  Vescovo  e  il  Metropolita,  con  atto  amministrativo,  devono  procedere all’erezione del tribunale diocesano, se ancora non sia stato costituito, e nel caso di difficoltà, possono anche accedere a un Tribunale diocesano o interdiocesano viciniore. Questo è importante.

Questa riforma processuale è basata sulla prossimità  e sulla gratuità.  Prossimità  alle famiglie ferite significa che il giudizio, per quanto possibile, si celebri nella Chiesa diocesana, senza indugio e senza inutili  prolungamenti.  Il  termine  gratuità  rimanda  al  mandato  evangelico  secondo  il  quale gratuitamente si è ricevuto e gratuitamente si deve dare (cfr Mt  10,8), per cui richiede che la pronunzia ecclesiastica di nullità non equivalga ad un elevato costo che le persone disagiate non riescono a sostenere. Questo è molto importante.

Sono ben consapevole che voi, nella 71ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana,  e  attraverso  varie  comunicazioni, avete  previsto  un  aggiornamento  circa  la  riforma  del regime amministrativo dei Tribunali ecclesiastici in materia matrimoniale. Tuttavia, mi rammarica constatare che la riforma, dopo più di quattro anni, rimane ben lontana dall’essere applicata nella grande parte delle Diocesi italiane.

Ribadisco con chiarezza che il  Rescritto  da me dato, nel dicembre 2015, ha abolito il Motu Proprio  di  Pio  XI  Qua  cura  (1938),  che  istituiva  i  Tribunali  Ecclesiastici  Regionali  in  Italia  e, pertanto, auspico vivamente che l’applicazione dei due suddetti Motu Proprio trovi la sua piena ed immediata attuazione in tutte le Diocesi dove ancora non si è provveduto. Al riguardo, cari confratelli, non dobbiamo mai dimenticare che la spinta riformatrice del processo matrimoniale canonico, caratterizzata –  come ho già detto sopra –  dalla prossimità,  celerità  e gratuità delle procedure, è volta a mostrare che la Chiesa è madre ed ha a cuore il bene dei propri figli, che in questo caso sono quelli segnati dalla ferita di un amore spezzato; e pertanto tutti gli operatori del Tribunale, ciascuno per la sua parte e la sua competenza, devono agire perché questo si realizzi, e di conseguenza non anteporre null’altro che possa impedire o rallentare l’applicazione della riforma, di qualsiasi natura o interesse possa trattarsi.

Il buon esito della riforma passa necessariamente attraverso una conversione delle strutture e delle persone; e quindi non permettiamo che gli interessi economici di alcuni avvocati oppure la paura di perdere potere di alcuni Vicari Giudiziari frenino o ritardino la riforma.

3  Il rapporto tra i sacerdoti e i vescovi

Il  rapporto  tra  noi  Vescovi  e  i  nostri  sacerdoti  rappresenta,  indiscutibilmente,  una  delle questioni più vitali nella vita della Chiesa, è la spina dorsale su cui si regge la comunità diocesana. Cito le parole sagge  di Sua Eminenza il Cardinale Bassetti quando scrisse: «Se si dovesse incrinare questo  rapporto  tutto  il  corpo  ne  risulterebbe  indebolito.  E  lo  stesso  messaggio  finirebbe  per affievolirsi».

Il Vescovo è il pastore, il segno di unità per l’intera Chiesa diocesana, il padre e la guida per i propri sacerdoti e per tutta la comunità dei credenti; egli ha il compito inderogabile di curare  in primis e attentamente il suo rapporto con i suoi sacerdoti. Alcuni Vescovi, purtroppo, fanno fatica a stabilire relazioni accettabili con i propri sacerdoti, rischiando così di rovinare la loro missione e addirittura indebolire la stessa missione della Chiesa.

Il Concilio Vaticano II ci insegna che i presbiteri costituiscono con il loro vescovo un unico presbiterio, sebbene destinati a uffici diversi (cfr Cost.  Lumen gentium, 28). Ciò significa che non esiste Vescovo senza il suo presbiterio e, a sua volta, non esiste presbiterio senza un rapporto sano cum episcopo. Anche il Decreto conciliare  Christus Dominus  afferma: «Tutti i sacerdoti, sia diocesani sia  religiosi,  in  unione  con  il  Vescovo  partecipano  all’unico  sacerdozio  di  Cristo  e  perciò  sono costituiti  provvidenziali cooperatori  dell’ordine  episcopale.  […]  Perciò  essi  costituiscono  un  solo presbiterio e una sola famiglia, di cui il Vescovo è il padre» (n. 28).

Il  rapporto  solido  tra  il  Vescovo  e  i  suoi  sacerdoti  si  basa  sull’amore  incondizionato testimoniato da Gesù sulla croce, che rappresenta l’unica vera regola di comportamento per i Vescovi e i sacerdoti. In realtà, i sacerdoti sono i nostri più prossimi collaboratori e fratelli. Sono il prossimo più prossimo! Si basa anche sul rispetto  reciproco che manifesta la fedeltà a Cristo, l’amore alla Chiesa,  l’adesione  alla  Buona  Novella.  La  comunione  gerarchica,  in  verità,  crolla  quando  viene infettata da qualsiasi forma di potere o di autogratificazione personale; ma, all’opposto, si fortifica e cresce quando viene abbracciata dallo spirito di totale abbandono e di servizio al popolo di Dio.

Noi Vescovi abbiamo il dovere di presenza e di vicinanza al popolo cristiano, ma in particolare ai nostri sacerdoti, senza discriminazione e senza preferenze. Un pastore vero vive in mezzo al suo gregge e ai suoi presbiteri, e sa come ascoltare e accogliere tutti senza pregiudizi. Non dobbiamo cadere nella tentazione di avvicinare solo i sacerdoti simpatici o adulatori e di evitare coloro che secondo il vescovo sono antipatici e schietti; di consegnare tutte le responsabilità ai sacerdoti disponibili o “arrampicatori” e di scoraggiare i sacerdoti introversi o miti o timidi, oppure problematici. Essere padre di tutti i propri sacerdoti; interessarsi e cercare tutti; visitare tutti; saper sempre trovare tempo per ascoltare ogni volta che qualcuno lo domanda o ne ha necessità; far sì che ciascuno si senta stimato e incoraggiato dal suo Vescovo. Per essere pratico: se il vescovo riceve la chiamata di un sacerdote, risponda in giornata, al massimo il giorno dopo, così quel  sacerdote saprà che ha un padre.

Cari confratelli, i nostri sacerdoti si sentono continuamente sotto attacco mediatico e spesso ridicolizzati oppure condannati a causa di alcuni errori o reati di alcuni loro colleghi, e hanno vivo bisogno di trovare nel loro Vescovo la figura del fratello maggiore e del padre che li incoraggia nei periodi difficili; li stimola alla crescita spirituale e umana; li rincuora nei momenti di fallimento; li corregge con amore quando sbagliano; li consola quando si sentono soli; li risolleva quando cadono. Ciò richiede, prima di tutto, vicinanza  ai nostri sacerdoti, che hanno bisogno di trovare la porta del Vescovo e il suo cuore sempre aperti. Richiede di essere Vescovo-padre, Vescovo-fratello!

Cari fratelli, ho voluto condividere con voi questi tre argomenti come spunti di riflessione.  Ora lascio a voi la parola e vi ringrazio in anticipo per la sincerità e la franchezza. E grazie tante!

 

 

Il discorso del Cardinale Gualtiero Bassetti

 

Cari fratelli,

rinnovo a ciascuno di voi il benvenuto mio e della Presidenza. Un saluto altrettanto cordiale lo rivolgo al Nunzio Apostolico in Italia, Emil Paul Tscherrig, e ai fratelli nell’Episcopato che rappresentano le Chiese che sono in Europa.

Arriviamo a questo appuntamento – che qualifica l’ultimo tratto dell’anno pastorale – con i sentimenti del seminatore, che non nasconde la sua stanchezza, ma la porta con la fiducia di chi – nel seme che muore – già intravede il raccolto di domani.

Torniamo a riunirci con disponibilità, sapendo che ciascuno ha qualcosa da imparare dall’altro. Accogliamoci reciprocamente “per camminare insieme in un esempio di sinodalità”: sia questa la modalità con cui portare avanti corresponsabilità e processi decisionali; sia questo il nostro metodo di vita e di governo, secondo la doppia modalità – sottolineata dal Papa – dal basso in alto e dall’alto in basso. La sinodalità non è un evento da celebrare, ma uno stile da lasciar trasparire nel linguaggio, nella stima vicendevole, nella gratitudine, nella cura delle relazioni: tra noi e con il Popolo di Dio, a partire dai nostri presbiteri.

Chiediamo al Signore la grazia di vivere queste giornate come un’opportunità preziosa di fraternità in cui confrontarci e rinfrancarci a vicenda, per esercitare quel discernimento comunitario che consente di assumere con coraggio e docilità ciò che oggi lo Spirito suggerisce. Ne abbiamo fatto esperienza nell’incontro vissuto ieri sera con il Santo Padre, a cui va la nostra gratitudine e affettuosa solidarietà: il nostro ministero episcopale vive intimamente legato al suo servizio di unità e di presidenza della carità; in lui troviamo riferimento, monito e promessa.

Sullo sfondo di questa sintonia con il magistero di Papa Francesco, appare quanto mai significativo il tema centrale di questa nostra Assemblea: “Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria”. Preziosa per tutti è anche la presenza fra noi di una quindicina di missionari, che ringraziamo per la testimonianza evangelica di cui sono espressione. Affrontare il tema della missione non significa mettere in fila una nuova serie di attività da realizzare, ma piuttosto fare nostro un nuovo modo di essere Chiesa, che, in quanto tale, coinvolge l’esistenza di ciascuno e l’intera pastorale.

Ce lo chiede quella stessa realtà che non ci stanchiamo di accompagnare con sguardo di pastori. È questo sguardo, infatti, a farci prendere coscienza del cambiamento d’epoca nel quale siamo immersi, che ha archiviato il tempo in cui un progetto pastorale poteva essere sviluppato appoggiandosi su un tessuto per molti versi omogeneo. Oggi, come ci ricorda l’Evangelii gaudium, siamo chiamati ad “abbandonare il comodo criterio pastorale del si è sempre fatto così” (EG 33), per trasformare la nostra tradizione in “spinta verso il futuro”, capace di “fornire forza e coraggio per il proseguimento del cammino”.

Va in questa direzione lo stesso tema degli Orientamenti pastorali, anch’esso all’ordine del giorno dei nostri lavori: ci permetterà di iniziare a individuare la direzione di marcia e a condividere spunti di riflessione, contenuti e proposte per le nostre Chiese.

Ora, ogni mutamento di paradigma ha la sua sorgente e la sua giustificazione nel Vangelo; un Vangelo creduto e vissuto, che rimane scandalo e follia rispetto a ogni logica mondana. Un Vangelo che parla nell’umiltà di chi, non cercando la propria gloria, sa ascoltare e comprendere i bisogni della gente. Ancora: un Vangelo che parla nella gratuità di chi non ripone la “fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte”, ma ha a cuore la vita concreta degli altri. Un Vangelo, infine, che parla – prima ancora che nella gioia suscitata nei destinatari – in quella testimoniata da chi lo annuncia.

Umiltà, gratuità, gioia: come ricorderete, sono i sentimenti di Cristo Gesù, che papa Francesco ci ha messo davanti a Firenze, dove ha tracciato il piano per la Chiesa in Italia. Puntare a farli nostri – fino a trasformarli in atteggiamenti permanenti – è la condizione per essere all’altezza della nostra missione. Diversamente, come ci ammoniva il Santo Padre, “non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significherebbe costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto e che rendono sterile il dinamismo” missionario.

La finalità ultima del nostro andare rimane l’annuncio della paternità misericordiosa di Dio, che ci è rivelata in Cristo Gesù, perché ciascuno possa trovare in Lui il significato ultimo e unificante della vita. Se siamo spinti a oltrepassare i confini del gruppo, della piccola comunità, della cerchia rassicurante di chi la pensa come noi; se ci sta a cuore la dignità di ogni persona, la vita nascente come quella che giunge al suo tramonto, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili – per cui in questi giorni andremo ad approvare le Linee guida – il futuro dei giovani, il lavoro, le famiglie provate dalla quotidianità, la persona migrante e le cause che l’hanno costretta a lasciare la sua terra, la custodia del creato e lo sviluppo sostenibile, la testimonianza da offrire ai credenti di altre fedi attraverso la meditazione delle Scritture Sacre e il dialogo ecumenico e interreligioso… Se tutto questo ci sta a cuore è perché siamo radicati nel Signore Gesù. È Lui la ragione per cui nessuna situazione, nessuna circostanza, nessun ambito umano può trovarci estranei o indifferenti. In Lui non finiremo mai di “scoprire i tratti del volto autentico dell’uomo”, come pure di spenderci perché tutti abbiano la vita: ne è parte l’impegno per “l’inclusione sociale dei poveri” come l’essere “fermento di incontro e di unità” per “costruire insieme con gli altri la società civile”.

A questo riguardo, consentitemi di essere estremamente esplicito almeno su tre questioni, strettamente legate all’attualità.

Innanzitutto, avverto una crescente preoccupazione per la situazione che si è venuta a creare con la riforma del Terzo settore. Al fondo restano ancora antichi pregiudizi per le attività sociali svolte dal mondo cattolico; pregiudizi che non consentono di avere ancora una normativa adeguata a rispondere alle esigenze di centinaia di migliaia di persone, dedite al prossimo e alle persone bisognose. Si tratta di un mondo di valori e progetti realizzati, di assistenza sociale, di servizi socio-sanitari, di spazi educativi e formativi, di volontariato e impegno civile. In una società libera e plurale questo spazio dovrebbe essere favorito e agevolato in ogni modo. Per questo non si può che rimanere sconcertati vedendo che al Paese intero si manda un segnale di segno opposto, intervenendo senza giustificazione alcuna per raddoppiare la tassazione sugli enti che svolgono attività non commerciali. Al Governo chiediamo non sconti fiscali o privilegi, ma regole idonee e certe, nel rispetto di quella società organizzata e di quei corpi intermedi che sono espressione di sussidiarietà; riposta di prossimità offerta al bene di ciascuno e di tutti; risposta qualificata dall’esperienza e dalla creatività, dalla professionalità e dalle buone azioni.

Un secondo tema riguarda la situazione che è venuta a determinarsi nel Centro-Italia all’indomani del terremoto. Il nostro è un Paese unico, tanto per bellezza quanto per fragilità. Proprio la fragilità, però, potrebbe essere la nostra forza e trasformarsi in occasione di cura e solidarietà, purché la generosa laboriosità di tanti cittadini s’incontri con l’impegno di chi ha la responsabilità civile e politica. Lo reclamano le tante abitazioni ancora inagibili della nostra gente; lo reclamano le nostre chiese: sono 3.000 quelle danneggiate dal sisma; l’impegno, su cui ci si è confrontati per mesi, ne prevede la ricostruzione di 600, quali luoghi di culto, di riferimento e aggregazione per tutta la comunità. È decisivo, dunque, che le ordinanze siano rese operative, che le procedure concordate per la ricostruzione trovino attuazione, che i fondi stanziati si traducano in interventi concreti.

Un ultimo aspetto su cui è doveroso soffermarsi riguarda il futuro dell’Unione Europea. È vero che oggi l’Europa è sentita come distante e autoreferenziale, fino al punto da far parlare di una “decomposizione della famiglia comunitaria”, su cui soffiano populismi e sovranismi. Lasciatemi, però, dire – forse un po’ provocatoriamente – che il problema non è innanzitutto l’Europa, bensì l’Italia, nella nostra fatica a vivere la nazione come comunità politica. Oggi, noi italiani, cosa abbiamo ancora da offrire? Penso alle nostre virtù, prima fra tutte l’accoglienza; penso a una tradizione educativa straordinaria, a uno spirito di umanità che non ha eguali; penso alla densità storica, culturale e religiosa di cui siamo eredi. Attenzione, però: non si vive di ricordi, di richiami a tradizioni e simboli religiosi o di forme di comportamento esteriori!

Il nostro è un patrimonio che va rivitalizzato, anche per consentirci di portare più Italia in Europa. Dobbiamo essere fino in fondo italiani – convinti, generosi, solidali, rispettosi delle norme – perché anche l’Europa sia un po’ più italiana. Dobbiamo essere fieri – sia detto senza alcuna presunzione – di un Cristianesimo che ha disegnato il Continente con il suo contributo di spiritualità e cultura, di arte e dottrina sociale. Di umanesimo concreto. Come italiani dovremmo essere il volto migliore dell’Europa per dare più fierezza ai nostri giovani, ai nostri emigrati e a quanti sbarcano sulle nostre coste, perché siamo il loro primo approdo.

Con questa prospettiva, va valorizzata l’opportunità che ci è offerta dalle elezioni di domenica prossima: chiediamo a tutti di superare riserve e sfiducia e di partecipare al voto. Siamo consapevoli che questo rimane solo il primo passo, ma è un passo che non ci è dato di disertare.

Del progetto europeo è parte integrante il Mediterraneo. Va colto in questa luce l’Incontro di riflessione e spiritualità per la pace, che si svolgerà a Bari dal 19 al 23 febbraio del prossimo anno. Sarà un’assise unica nel suo genere tra i Vescovi cattolici di tutti i Paesi lambiti dal Mare Nostrum; un incontro che si prefigge di contribuire alla promozione di una cultura del dialogo e della pace per il futuro dell’intero bacino mediterraneo. Papa Francesco non soltanto ha benedetto l’iniziativa, ma vi ha posto il suo sigillo, assicurandoci la sua partecipazione nella giornata conclusiva.

Cari amici, come l’Evangelii gaudium insegna e la storia della Chiesa e la nostra stessa esperienza confermano, “ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade e metodi creativi” (n. 11).

Non siamo noi gli autori, non siamo noi i protagonisti della missione… A noi, piuttosto, è concesso il privilegio di esserne strumento, inviati al mondo per amare, servire, annunciare, consolare, liberare. Con il coraggio di affrontare anche nuovi tratti di strada, finora poco o per nulla battuti, per raggiungere con la luce del Vangelo ogni situazione umana; nella disponibilità a lasciare tutto – senza rimpianto alcuno – per il bene della missione e delle persone incontrate.

***

Prima di concludere, saluto a nome di tutti voi, i nuovi membri che, dall’assise dello scorso novembre, sono stati aggiunti alla nostra Assemblea: S.E. Mons. Marco Salvi (Vescovo ausiliare di Perugia – Città della Pieve), S.E. Mons. Giuseppe Schillaci (Vescovo eletto di Lamezia Terme), S.E. Mons. Andrea Bellandi (Arcivescovo eletto di Salerno – Campagna – Acerno), S.E. Mons. Giovanni Nerbini (Vescovo eletto di Prato).

Un pensiero, altrettanto cordiale, lo rivolgo ai Vescovi divenuti emeriti: S.E. Mons. Benvenuto Italo Castellani (Lucca), S.E. Mons. Valentino Di Cerbo (Alife – Caiazzo), S.E. Mons. Luigi Antonio Cantafora (Lamezia Terme) S.E. Mons. Luigi Moretti (Salerno – Campagna – Acerno), S.E. Mons. Ignazio Sanna (Oristano), S.E. Mons. Antonio Buoncristiani (Siena – Colle di Val d’Elsa – Montalcino), S.E. Mons. Franco Agostinelli (Prato).

La nostra preghiera abbraccia, infine, i Vescovi defunti: S.E. Mons. Rosario Mazzola (Vescovo emerito di Cefalù), Dom Emiliano Fabbricatore (Esarca emerito di Santa Maria di Grottaferrata), S.E. Mons. Vigilio Mario Olmi (Vescovo già ausiliare di Brescia), S.E. Mons. Dino De Antoni (Arcivescovo emerito di Gorizia), S.E. Mons. Antonio Napoletano (Vescovo emerito di Sessa Aurunca), S.E. Mons. Domenico Padovano (Vescovo emerito di Conversano – Monopoli).

***

Vi auguro davvero: “Buona Assemblea”. Del resto, quando poniamo al centro non i nostri progetti, ma il Signore Gesù, ci ritroviamo subito in missione. Torniamo all’essenza del messaggio cristiano, a quella fede viva che ha il suo cuore nell’amore a Dio e ai fratelli: essa – mentre costituisce il miglior antidoto contro lo smarrimento e le paure – offre il quadro di riferimento che assicura il primato dell’uomo e la protezione e promozione dei più deboli.

 

Documentazione

“Gustare la vita, curare le relazioni”: XXII Convegno Nazionale di Pastorale della Salute

Si svolgerà in due sessioni il prossimo Convegno Nazionale di Pastorale della salute organizzato on line dall’Ufficio Nazionale della CEI per la Pastorale della Salute. Dal 3 al 10 maggio si svolgeranno 14 sessioni tematiche, dall’11 al 13 maggio tre sessioni plenarie.

Scarica il programma