Un’esaustiva review appena pubblicata su Digestive and Liver Disease dal gruppo multidisciplinare di Antonio Gasbarrini, Ordinario di Medicina Interna presso l’Università Cattolica del  Sacro Cuore, campus di Roma e Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche presso la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, traccia lo stato dell’arte di un argomento quantomai attuale: il ruolo dei batteri che compongono la flora intestinale nell’influenzare il nostro benessere psicologico.

Ragionare ‘di pancia’, cioè d’istinto non è più solo un modo di dire dopo la scoperta del cosiddetto asse intestino-cervello, il binario sul quale viaggia una ‘conversazione’ a due direzioni, che ‘parla’ attraverso i collegamenti nervosi, ma anche con molecole ‘messaggero’, come gli ormoni o i neutrotrasmettitori. Questi messaggi ‘chimici’ sono prodotti dalle cellule dell’intestino, ma – ed è scoperta recente - anche dai batteri che compongono il nostro microbioma intestinale. E sono sempre più convincenti le prove che alcuni di questi batteri producono sostanze in grado di influenzare positivamente la nostra sfera psichica o contribuiscano al contrario a determinare problemi della sfera psichiatrica, dall’ansia, alla depressione, all’alessitimia (o ‘analfabetismo emotivo’, l’incapacità di processare e interpretare correttamente le emozioni). Per la loro capacità di manipolare la nostra psiche e l’inconscio, questi batteri intestinali si sono dunque guadagnati il titolo di ‘psicobiotici’. Essi in futuro potrebbero fare il loro ingresso in clinica per coadiuvare il trattamento di alcune patologie e non saranno terapie ‘a taglia unica’, ma andranno personalizzate non solo a seconda della condizione da trattare, ma anche su misura del singolo paziente, partendo dallo studio della composizione del suo microbioma.

Uno stress ambientale (fumo, l’uso di alcuni farmaci e antibiotici, una dieta povera di fibre e ricca di proteine animali, ecc.) può influenzare lo spessore dello strato di muco che riveste l’intestino e alterare così la sua funzione di barriera intestinale; questo può portare al fenomeno dell’intestino ‘colabrodo’ (leaky gut), condizione caratterizzata dal passaggio di alcuni prodotti batterici (o i batteri stessi) attraverso la parete intestinale (traslocazione), fino al circolo sanguigno. Quando si verificano queste alterazioni, le cellule immunitarie presenti nell’intestino rilasciano citochine infiammatorie, determinando uno stato di infiammazione cronica. Il sistema nervoso intestinale può ‘avvertire’ tutto ciò come dolore locale e reagisce attivando l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, che a sua volta scatena la neuro-infiammazione. Gli psicobiotici possono ripristinare la corretta composizione del microbioma intestinale ed esercitare effetti benefici sia sull’intestino, che sul cervello.

L’attenzione dei gastroenterologi si è appuntata per ora soprattutto sui pazienti con la sindrome del colon irritabile (IBS), un disturbo gastrointestinale molto comune che interessa un italiano su 6, e su quelli con malattie infiammatorie intestinali (IBD), come la malattia di Crohn.

Nei pazienti con IBS la prevalenza di disturbi dell’umore è del 94% (soprattutto i pazienti con IBS-D presentano spesso depressione e stati ansiosi, per uno squilibrio della serotonina intestinale, un neuromediatore fondamentale nei disturbi dell’umore). Anche nei pazienti con malattie infiammatorie intestinali (IBD) l’incidenza di disturbi dell’umore è del 60-80% in fase attiva e del 30-60% nelle fasi di remissione.

Sia i pazienti con IBD che con IBS spesso presentano inoltre alessitimia (o ‘analfabetismo emotivo), condizione caratterizzata dall’incapacità di riconoscere e di descrivere verbalmente i propri stati emotivi e quelli degli altri e di distinguere le emozioni dalle sensazioni fisiche. La presenza di questo disturbo suggerisce l’idea che questi pazienti esprimano la loro sofferenza emotiva, attraverso la sofferenza fisica. L’alessitimia è presente nel 66% dei soggetti con IBS, nel 33% di quelli con IBD e nel 50% degli epatopatici.

E’ quindi possibile curare sia le malattie intestinali che l’ansia e la depressione con i batteri intestinali?

Gli ‘psicobiotici’ – spiegano gli esperti – sono una classe speciale di probiotici, in grado di influenzare favorevolmente il rapporto batteri intestinali-cervello, cioè il funzionamento del gut-brain axis; possono esercitare effetti ansiolitici e antidepressivi, agendo sul sistema nervoso intestinale e sul sistema immunitario. Partendo da queste osservazioni, molti studi sono andati a vagliare l’effetto dell’impiego cronico di alcuni batteri del microbiota sulla salute gastrointestinale e psichica e il loro impatto sulla qualità di vita dei pazienti”.

“Si tratta di indicazioni preziose ma assolutamente preliminari – continuano - Di certo, un numero sempre più ampio di studi indica che le malattie gastrointestinali peggiorano in presenza di alterazioni psicologiche e vice versa e questo sembra suggerire un ruolo attivo del gut-brain axis. Il microbiota intestinale è un protagonista attivo in questo asse e rappresenta un target innovativo per nuovi trattamenti sia nei disturbi intestinali, che in quelli psichiatrici. Studiare le alterazioni dell’asse intestino-cervello rappresenta un ulteriore passo avanti verso la medicina personalizzata”.

“Curare la persona e non solo il sintomo - sottolinea Antonio Gasbarrini - è il compito del gastroenterologo del presente e del futuro ed è la come mission che ci siamo dati al CEMAD, dove l’approccio multidisciplinare che comprende studio del microbiota, delle abitudini nutrizionali e dell’assetto psicologico del paziente, è parte integrante dell’attività clinica e di ricerca per i nostri pazienti”.