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Alla ricerca di un’immagine perduta

8 persone su 10 cercano sui social soluzioni per problemi della pelle del volto

Un volto di donna statuario, luminoso, affascinante nella cromatica del suo soffice maquillage. Ma soprattutto una pelle straordinariamente curata, che si intuisce morbida e vellutata, senza la minima imperfezione. Immaginabile l’invidia che suscita tra i milioni di volti che quasi si stampano sugli schermi di Tik Tok, YouTube, Instagram e via dicendo, per cercar di rubare i segreti di quelle pelli straordinarie.

Se solo pensassero un momento che si tratta di immagini filtrate, altamente curate, digitalmente modificate dunque lontane dalla realtà, eviterebbero di rimanere influenzate nella percezione che cominciano ad avere della propria pelle e di alimentare aspettative quasi impossibili da raggiungere.

Ma c’è di peggio. E si perché quei volti “statuari” parlano e danno consigli “pubblicizzando” prodotti, inducono a sperimentare applicazioni miracolose, ora basate sull’intelligenza artificiale, per rimediare ad eventuali antiestetiche anomalie della pelle o a vere e proprie malattie dermatologiche.

 Il risultato è che sempre più persone cercano in rete informazioni dermatologiche prima di rivolgersi a uno specialista, esponendosi al rischio di diagnosi fai-da-te potenzialmente dannose o a indicazioni terapeutiche non sempre corrette. A questo si aggiunge la tendenza a inseguire modelli irrealistici, con possibili ricadute su autostima, benessere psicologico e rapporto con la propria immagine.

Ad accendere i riflettori su questo fenomeno, ormai consolidato, è la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST) che – in occasione del 99° Congresso nazionale dal titolo “Innovazione e Ricerca: il Futuro della Dermatologia”, svoltosi a Rimini – richiama l’attenzione sull’importanza di una corretta informazione scientifica e di un uso consapevole degli strumenti digitali.

“Assistiamo sempre più frequentemente a pazienti che chiedono trattamenti per assomigliare alla versione filtrata del proprio volto o a immagini viste sui social” spiegano la Professoressa Fargnoli e la Dottoressa Giuffrida. Il fenomeno, definito in letteratura “social media dysmorphia”, nasce proprio dal confronto continuo con queste immagini digitalmente modificate che non rappresentano la realtà. In dermatologia si parla anche di “digitized dysmorphia”, un termine più ampio che descrive l’insoddisfazione legata alla discrepanza tra immagine reale e digitale di se stessi, amplificata dall’uso di filtri, applicazioni di editing e piattaforme video. Non a caso sono stati coniati termini come “Snapchat dysmorphia” o “Zoom dysmorphia”, che descrivono la tendenza di alcuni pazienti a desiderare un aspetto simile alle proprie immagini filtrate o alle versioni alterate osservate durante trasmissioni social.

“Il rischio – aggiungono le esperte – è che il paziente insegua un’immagine irrealistica di sé, dimenticando che la pelle reale ha caratteristiche biologiche, cliniche e individuali che devono sempre essere rispettate”. 

Negli ultimi anni piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube sono diventate per molti utenti veri e propri strumenti di ricerca per problemi dermatologici. Secondo diversi studi, fino a otto pazienti su dieci cercano online informazioni sulla propria malattia della pelle prima di consultare un dermatologo. In alcuni casi queste ricerche portano all’adozione di trattamenti fai-da-te o routine di skincare suggerite sui social, basate su esperienze personali e prive di una valutazione medica preventiva.

A differenza dei motori di ricerca tradizionali, che rimandano più frequentemente a fonti istituzionali o mediche, sulle piattaforme social è più facile imbattersi in contenuti prodotti da utenti non esperti. Studi recenti evidenziano infatti che una quota significativa dei contenuti dermatologici più visualizzati non è realizzata da specialisti e presenta livelli variabili di affidabilità scientifica.

Parallelamente cresce l’interesse per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in dermatologia, soprattutto per l’analisi delle immagini e il supporto alla diagnosi delle malattie della pelle. Sempre più pazienti utilizzano applicazioni o strumenti online per interpretare lesioni della pelle e arrivano alla visita con un sospetto diagnostico già formulato, talvolta mostrando al medico la fotografia sullo smartphone o il risultato suggerito da App.

Tuttavia, alcuni studi hanno dimostrato che le applicazioni che promettono di riconoscere malattie della pelle da immagini scattate dal paziente presentano un’accuratezza molto variabile e, in alcuni casi, non identificano correttamente lesioni sospette, con il rischio di generare false rassicurazioni e ritardare la visita dermatologica.

 L’algoritmo può suggerire un’ipotesi, ma la diagnosi resta del dermatologo. La diagnosi dermatologica è infatti un atto medico che richiede studio, esperienza, valutazione diretta del paziente e integrazione di diversi elementi clinici.

Per questo motivo innovazione tecnologica e medicina specialistica devono procedere insieme: l’obiettivo non è sostituire il medico, ma utilizzare le nuove tecnologie come strumenti di supporto per migliorare la qualità dell’assistenza e aiutare i pazienti a orientarsi tra le molte informazioni disponibili.

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