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Cresce in Italia la rinuncia alle cure

Aumenta la rinuncia a prevenzione e prestazioni sanitarie da parte dei cittadini, mentre crescono i divari territoriali e sociali. È quanto afferma il Rapporto Italia 2026 Eurispes. Sullo sfondo, un Paese sempre più longevo e con bisogni assistenziali strutturali che mettono in tensione il modello di welfare.

Nel 2024 il 9,9% della popolazione ha dichiarato di aver rinunciato a visite o esami specialistici. Le cause principali sono le liste d’attesa (6,8%) e le difficoltà economiche (5,3%).

Le rinunce non riguardano solo le prestazioni specialistiche. Il Rapporto evidenzia un’ampia diffusione di comportamenti di contenimento della spesa sanitaria: i controlli medici periodici di prevenzione rappresentano la voce più critica, con il 34,6% di rinunce, in forte aumento rispetto al 27,2% del 2025. Seguono le cure odontoiatriche (32,1%) e, con incidenze più contenute ma comunque significative, le visite specialistiche (23,4%), le terapie e interventi medici (19,8%) e l’acquisto di medicinali (15,7%).

Il quadro si aggrava osservando le disuguaglianze territoriali. La rinuncia ai medicinali varia dal 12,9% nel Nord-Est al 24,1% nel Sud e al 21,2% nelle Isole. Differenze ancora più marcate emergono per alcune categorie di spesa: le spese veterinarie oscillano dal 7,8% del Nord-Est al 34,7% nelle Isole, segnalando un’Italia sanitaria profondamente disomogenea.

A pesare sul sistema è anche la condizione occupazionale. Le incidenze più elevate di rinuncia si registrano tra chi è in cerca di lavoro o in cassa integrazione: tra i primi, il 58,6% rinuncia ai controlli di prevenzione e il 52,6% alle cure odontoiatriche; tra i secondi, i valori restano analogamente elevati (57,6% e 45,5%), con una forte incidenza anche sulla rinuncia ai medicinali (39,4%).

Sul piano strutturale, il sistema sanitario si confronta con un progressivo spostamento della domanda verso il privato e con una capacità pubblica che fatica a tenere il passo. Nel 2024, il 23,9% dei cittadini ha fatto ricorso esclusivamente alle proprie tasche per curarsi.

A questo si somma un elemento di lungo periodo: la crescita della domanda sociale e assistenziale. Tra il 2012 e il 2022 la spesa comunale per i servizi sociali è aumentata del 27%, ma la spesa media per anziano è scesa da 107 a 93 euro annui, con un divario territoriale molto marcato: 174 euro nel Nord-Est contro appena 40 euro nel Sud.

Il Rapporto inquadra queste dinamiche dentro una trasformazione demografica profonda. L’Italia è un Paese sempre più longevo: i centenari sono 23.548 nel 2025, in aumento del 130% rispetto al 2009. Una traiettoria destinata a rafforzarsi, con proiezioni che stimano circa 160mila centenari entro il 2050.

Gli anziani soli sono destinati a crescere da 4,4 a 6,2 milioni entro il 2043, mentre il carico assistenziale sulle famiglie aumenta: chi oggi ha tra 50 e 64 anni si trova già a gestire genitori over 85 in misura cinque volte superiore rispetto al passato.

In questo scenario, il Rapporto evidenzia una contraddizione centrale: l’Italia dispone di una crescente longevità, ma non ha ancora adeguato servizi, risorse e organizzazione sociale alla nuova struttura demografica. Il rischio, osserva l’analisi, non è solo la scarsità di risorse, ma l’uso di modelli pensati per una società che non esiste più.


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