Una reazione autoimmune – in cui gli anticorpi materni attaccano la membrana che riveste l’ovocita – potrebbe spiegare, in alcuni casi, perché la sindrome di Down si verifica anche in gravidanze di donne giovani: è l’ipotesi avanzata da uno studio condotto dai ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore presso il Policlinico Gemelli.
Il lavoro è stato recentemente pubblicato sull’International Journal of Molecular Sciences e intitolato “A New Hypothesis on the Etiology of Down Syndrome: The Role of Anti-Zona Pellucida Antibodies as an Age-Independent Factor”
La sindrome di Down è il risultato della non-disgiunzione della coppia di cromosomi 21 nell’ovocita e che porta alla genesi di una trisomia 21, ovvero alla presenza nel DNA fetale di un cromosoma 21 in più.
La teoria classica della trisomia 21 la riconduce all’invecchiamento degli ovociti materni, quindi a un fattore età-dipendente. Tuttavia, i casi che si verificano anche in donne giovani non hanno finora trovato una spiegazione plausibile. Eppure, una quota di gravidanze con trisomia 21 riguarda proprio questa fascia d’età. I dati più recenti (Howard Cuckle et al., Maternal age in the epidemiology of common autosomal trisomies, Prenatal Diagnosis, 2020) mostrano infatti che la prevalenza nelle donne giovani non è irrilevante: varia da 0,67 a 1,06 per mille tra i 20 e i 30 anni e da 2,83 a 11,6 per mille tra i 30 e i 40 anni.
Lo studio, durato cinque anni, è stato condotto per verificare una nuova ipotesi sulla genesi della trisomia 21, o sindrome di Down. I ricercatori hanno analizzato nel sangue di madri che avevano avuto una gravidanza con trisomia 21 la presenza di autoanticorpi, cioè anticorpi patologici diretti contro l’organismo stesso. In particolare, l’attenzione si è concentrata sugli autoanticorpi contro la zona pellucida, la membrana che protegge l’ovocita e svolge un ruolo essenziale nel concepimento. L’ipotesi è che un meccanismo autoimmune possa rappresentare un ulteriore fattore di rischio, complementare all’età materna.
Il lavoro ha coinvolto una popolazione di donne che avevano avuto un bambino con sindrome di Down e una popolazione di controllo di madri di neonati senza patologie cromosomiche. Il confronto tra le due popolazioni ha mostrato la presenza di anticorpi anti-zona pellucida con probabilità statisticamente superiore nel sangue delle madri che avevano avuto un bambino con sindrome di Down rispetto alla popolazione delle madri nel gruppo di controllo. In particolare, il 34% delle prime presentava autoanticorpi nel sangue, contro nessuna delle madri del gruppo di controllo. Tale ipotesi si pone in maniera completamente nuova nel panorama dello studio delle cause che portano al verificarsi di una trisomia 21 da non-disgiunzione e spiega come si possano verificare concepimenti con trisomia 21 anche in donne giovani, evidenziando come questa ipotesi possa spiegare l’insorgenza della sindrome di Down indipendentemente dall’età materna.