Nel 2025 il divario tra la spesa sanitaria pubblica pro capite italiana e la media dei Paesi europei dell’area OCSE ha superato complessivamente i 36 miliardi di euro, con l’Italia al 15° posto su 27 in Europa e ultima tra i Paesi del G7. A rilevarlo è la Fondazione GIMBE, che, in vista del confronto sulla Legge di Bilancio 2027, ha analizzato i dati OECD Health Statistics aggiornati al 17 luglio 2026.
La spesa sanitaria pubblica pro capite in Italia è pari a 3.952 dollari a parità di potere d’acquisto, 909 in meno rispetto alla media OCSE di 4.861 dollari e 1.013 al di sotto della media dei Paesi europei, pari a 4.965 dollari. Nell’Unione europea sono 14 gli Stati che spendono di più, dalla Spagna, con 3.999 dollari per abitante, alla Germania, che arriva a 8.726 dollari.
Il ritardo italiano è confermato anche considerando la quota di Pil destinata alla sanità pubblica. Nel 2025 la spesa si è attestata al 6,2%, in calo di 0,1 punti percentuali rispetto al 6,3% registrato nel 2024 e al di sotto del 7,1% della media dei Paesi europei dell’area OCSE. Sono 14 i Paesi che investono una percentuale del Pil superiore a quella italiana, con differenze che vanno dai 4,8 punti della Germania, dove la spesa raggiunge l’11%, agli 0,2 punti della Repubblica Slovacca, che si attesta al 6,4%.
Secondo l’analisi della Fondazione, fino al 2011 la spesa sanitaria pubblica pro capite italiana era sostanzialmente allineata alla media europea. Da allora il divario ha continuato ad ampliarsi, raggiungendo 424 dollari per abitante già nel 2019 e aumentando ulteriormente durante la pandemia, quando gli altri Paesi hanno investito risorse maggiori. La distanza è cresciuta ancora nel biennio 2023-2024 e nel 2025, anno in cui la spesa italiana è rimasta sostanzialmente stabile.
Il differenziale rispetto alla media dei Paesi europei dell’area OCSE ha raggiunto oggi 1.013 dollari per abitante che, convertiti sulla base dei parametri OCSE, corrispondono a 612,4 euro pro capite. Rapportando il dato ai quasi 59 milioni di residenti rilevati dall’Istat al 1° gennaio 2026, il gap complessivo arriva a circa 36,1 miliardi di euro.
“Il sottofinanziamento pubblico della sanità – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – non è più una questione contabile per addetti ai lavori, ma una criticità strutturale che ha indebolito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e compromesso l’esigibilità di un diritto fondamentale. Alimenta tensioni politiche e mette in difficoltà tutte le Regioni, strette tra l’obbligo di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza e quello di mantenere i conti in ordine. Ma il prezzo più alto lo pagano i cittadini: liste d’attesa fuori controllo, pronto soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e sociali sempre più marcate e crescente ricorso alla spesa privata. Il risultato? Impoverimento e indebitamento delle famiglie, fino alla rinuncia a esami diagnostici e visite specialistiche: un fenomeno che nel 2024 ha riguardato 5,8 milioni di persone, quasi una su dieci”.
Il confronto con gli altri Paesi del G7 evidenzia ulteriormente la distanza accumulata. Nel 2025 l’Italia, con 3.952 dollari di spesa pubblica pro capite, rimane in ultima posizione e investe meno della metà della Germania. Anche il Regno Unito, che condivide con l’Italia un sistema sanitario di tipo Beveridge, finanziato prevalentemente attraverso la fiscalità generale, dal 2020 ha aumentato in misura consistente le risorse destinate alla sanità pubblica. Per GIMBE, il confronto internazionale mostra la necessità di superare una discussione sul finanziamento del SSN concentrata ogni anno esclusivamente sulle risorse da inserire nella Manovra. La Fondazione richiama la necessità di un impegno politico di lungo periodo che preveda un progressivo rifinanziamento della sanità pubblica accompagnato da riforme strutturali e da continuità nelle politiche sanitarie.
A rafforzare il quadro sono anche le valutazioni di OCSE, Commissione europea e OMS Europa. Pur continuando a garantire buoni risultati in termini di aspettativa di vita e mortalità evitabile, il SSN mostra infatti crescenti difficoltà nell’assicurare prestazioni tempestive, eque ed economicamente accessibili, soprattutto per le fasce socio-economiche più fragili.
Nel Country Report 2026 la Commissione europea ha collegato le criticità del sistema sanitario non soltanto alla tutela della salute, ma anche all’equità sociale e alla produttività del Paese. Lo scorso 10 luglio il Consiglio dell’Unione europea ha inoltre raccomandato all’Italia di migliorare la tempestività e l’accessibilità economica delle cure e di intervenire sulle carenze di personale nelle principali professioni sanitarie.
Resta inoltre da valutare pienamente l’attuazione della riforma dell’assistenza territoriale finanziata dal PNRR. Al 1° settembre, a due mesi dalla scadenza del 30 giugno 2026, non è ancora disponibile, sottolinea GIMBE, una rendicontazione pubblica documentata sulla piena operatività di almeno 1.038 Case della Comunità e 307 Ospedali di Comunità. Il Ministero della Salute segnala che sono ancora in corso le verifiche e l’acquisizione della documentazione necessaria per la rendicontazione dei due obiettivi.
“Con l’avvio dei lavori sulla Legge di Bilancio 2027 – conclude Cartabellotta – la Fondazione GIMBE chiede a Governo e Parlamento di non ignorare né la raccomandazione del Consiglio dell’UE né l’impietoso confronto internazionale sulla spesa sanitaria pubblica. In 15 anni l’Italia ha accumulato un divario strutturale con i Paesi europei e del G7, frutto di scelte e omissioni di tutti i Governi, che hanno sistematicamente trascurato un principio basilare: la tutela della salute non è solo un diritto fondamentale, ma anche una leva di sviluppo economico e uno strumento di coesione sociale. Eppure, ogni anno va in scena lo stesso copione: il dibattito sul (de)finanziamento della sanità si accende alla vigilia della Manovra, si consuma nella trattativa su qualche miliardo e si spegne subito dopo. È ora di cambiare rotta: servono risorse adeguate ai bisogni di salute e riforme capaci di tradurle in servizi realmente accessibili, investendo anzitutto sul personale sanitario e sull’erogazione uniforme dei LEA. Altrimenti il diritto alla tutela della salute resterà universale solo sulla Carta, ma sempre meno tangibile nella vita reale: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure. Non è più universalismo, ma selezione dei diritti per reddito. Ovvero, la negazione dell’art. 32 della Costituzione”.