Finalmente qualcuno ha scoperto che il comparto di diritto privato convenzionato del SSN è in crisi, a causa dell’insostenibilità gestionale, a fronte dell’inflazione galoppante, dell’aumento incontenibile dei prezzi di ogni genere e delle ferree norme europee che è costretto a seguire. A rivelare la situazione questa volta è Il 22° Rapporto nazionale Aifa che fotografa il primo anno di piena applicazione del Regolamento europeo sulle sperimentazioni cliniche. Con riferimento al 2024 l’Italia non sembra perdere terreno in questo campo. Però non cresce allo stesso ritmo degli altri Paesi e soprattutto non riesce a sviluppare piani di ricerca clinica sul piano nazionale.
E si manifesta una situazione che strana non è: a tenere il passo è il settore for profit, l’industria farmaceutica per esempio, che naturalmente sperimenta per trovare nuovi prodotti efficaci da vendere e produrre profitto. Mentre il no profit è in calo, soprattutto nella ricerca clinica accademica. Dov’è il problema? Dovrebbe essere noto: il finanziamento per la ricerca è irrilevante rispetto ai traguardi da raggiungere, seguendo le regole dettate dall’Unione Europea, che certamente non fa i conti con l’inflazione.
E nel frattempo quotidiani, di varia natura, titolano a tutta pagina gli “straordinari guadagni” della sanità privata in Italia, sulle spalle di un SSN che non riesce a rispondere adeguatamente alla domanda di salute della popolazione. Ci fosse però stata una testata che abbia onestamente fatto riferimento a guadagni attribuibili alla sanità privata for profit, non convenzionata con Stato e Regioni, dunque pienamente libera di proporre ai cittadini prestazioni, anche di alta specializzazione e professionalità, alle proprie condizioni, naturalmente dopo aver ottenuto la certificazione necessaria per svolgere l’attività. Chi può paga chi non può non si avvicina nemmeno!
Ma c’è anche una sanità privata convenzionata e non profit, come quella gestita da Istituti Associati all’ARIS, che invece si trova in situazioni critiche - alcuni convivono con lo spettro della chiusura - per una gestione ormai divenuta insostenibile. Altro che guadagni milionari!
Anche per lo sviluppo della ricerca clinica vale la stessa legge: chi ha i soldi per finanziare progredisce, chi non gode di giusti finanziamenti è costretto a restare al palo, soprattutto se non riesce ad agganciarsi a realtà internazionali, in grado di sostenere i costi. In quest’ultimo caso la capacità dei nostri ricercatori si mette in luce e lo stesso IRCCS convenzionato di appartenenza, si affaccia agli onori internazionali. Sta di fatto che nell’anno preso in esame dall’AIFA, sono stati autorizzati 608 studi, pari al 90,9% del totale, tutti di matrice internazionale; quelli nazionali si fermano a 61, cioè appena il 9,1%. Solo un anno prima il rapporto era rispettivamente dell’85,8% e del 14,2%.
Una tendenza che conferma come l’Italia sia sì sempre più inserita nei grandi network internazionali della ricerca, ma che, allo stesso tempo, evidenzia proprio il progressivo ridimensionamento della capacità di promuovere studi interamente nazionali.
Forse è ormai veramente giunto il momento di ripensare al nostro sistema salute, che necessità di un’attenzione di primaria e vitale importanza nei progetti di Governo, senza pregiudizi tra chi lavora a stretto gomito, e con lo stesso intento, e nella stessa “azienda di salute pubblica”.