Si fa sempre più caotica la situazione, già da tempo segnalata, in seguito all’orientamento espresso dalla giurisprudenza per cui ogni forma di assistenza prestata in favore di un soggetto gravemente affetto da morbo di Alzheimer, ricoverato in istituto di cura, è qualificabile come attività sanitaria, quindi di competenza del Servizio Sanitario Nazionale, ai sensi dell'articolo 30 della legge n. 730 del 1983.
Il parere diverso del governo, come è noto, ha dato vita ad una querelle sviluppata tra cittadini che avevano sborsato somme di denaro per l’assistenza a familiari affetti dalla malattia, e le strutture di accoglienza alle quali viene richiesto dai familiari il rimborso. Nei giorni scorsi il sottosegretario alla Salute Gemmato, rispondendo in commissione Affari sociali alla Camera ad alcune interrogazioni ha detto chiaramente che non ci sono soldi aggiuntivi per il fondo sanitario e che dunque continuerà a coprire “le sole prestazioni rientranti nei Lea”. Questo perché "l'eventuale attribuzione al Fondo del compito di remunerare anche una quota diversa di oneri – ha detto - determinerebbe la necessità di prevedere un adeguamento finanziario dello stesso per evitare che una insufficienza di risorse possa pregiudicare la garanzia del Livelli Essenziali di Assistenza sul territorio nazionale, con una penalizzazione a carico degli stessi cittadini utenti".
Il tema riguarda evidentemente soggetti ricoverati nelle RSA che hanno bisogno di un’assistenza particolare, ad esempio proprio i malati di Alzheimer. Ed è proprio su questo particolare che si è scatenata di recente una polemica a causa di un emendamento di maggioranza, presentato al Senato nel corso dell'esame del ddl prestazioni sanitarie, che punta a ridurre la quota di spesa spettante al Ssn, facendo così ricadere parte dei costi non strettamente sanitari su malati e famiglie.
Purtroppo, ha detto in sostanza Gemmato, nonostante siano giuste richieste, “il Fondo sanitario nazionale è connotato da risorse limitate” e dunque “ l'eventuale attribuzione al Fondo del compito di remunerare anche una quota diversa di oneri determinerebbe la necessità di prevedere un adeguamento finanziario dello stesso per evitare che una insufficienza di risorse possa pregiudicare la garanzia del Livelli Essenziali di Assistenza sul territorio nazionale, con una penalizzazione a carico degli stessi cittadini utenti”. Ma non ci sono altri soldi da destinare al fondo.
Al sottosegretario, in sede di replica, è stato però fatto notare tra l’altro quanto sia ingiusto non tener conto delle evidenti sperequazioni venutasi a creare tra le varie regioni, citando l'esempio dell'Emilia-Romagna e della provincia autonoma dell'Alto Adige, dove “l'importo integrale delle rette è a carico della collettività" per qualsiasi tipo di assistenza. E’ stato inoltre fatto notare che "il problema è tanto più grave quando si è di fronte a un invecchiamento progressivo della popolazione, per cui l'emergenza si estenderà ben presto dal settore delle residenze sanitarie assistenziali a quello dell'assistenza domiciliare". Scaricare gli elevati costi delle rette su famiglie, strutture ed enti locali "significa sostanzialmente mettere in discussione il diritto universale alla cura e all'assistenza, baluardo imprescindibile della tenuta democratica del sistema di cure italiano".