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“Oltre 100 mila bambini ogni anno ricoverati non in reparti pediatrici”

Richiamo in occasione della Settimana dei diritti di infanzia e adolescenza

Bambini e ragazzi, ancora troppe volte curati in strutture ospedaliere per adulti. Una critica realtà del nostro Paese che non può che “limitare il diritto alla salute dei minori” denunciata – si legge in una nota – in occasione della Settimana dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, iniziata il 26 Maggio. Ad esserne coinvolti, oltre 100mila minori che ogni anno in Italia vengono assistiti in reparti non pediatrici, secondo i dati della Fondazione Abio Italia (Associazione per il bambino in ospedale) sui ricoveri dei minori relativi agli anni 2019-2021. Anche per quanto riguarda le cure ad alta intensità il quadro non migliora: nei 3 anni presi in considerazione, segnati dalla pandemia, sono stati oltre 3mila i minori ricoverati in terapie intensive per adulti: quasi 1 su 2.

Per quanto riguarda invece l'emergenza pediatrica - come evidenzia la prima indagine in merito svolta da Simeup (Società italiana emergenza-urgenza pediatrica) in collaborazione con Società italiana di pediatria (Sip) e Sipo (Società italiana di pediatria ospedaliera) – “nonostante l’Oms e la legge italiana nell'età pediatrica includano ogni persona sino a 18 anni, solo il 20% dei pronto soccorso pediatrici e delle unità di Pediatria accoglie i minori fino a 18 anni”. La maggioranza dei ragazzi finisce in carico ai medici dell'adulto ben prima della maggiore età, più precisamente a 16 anni nel 33% dei casi, a 14 anni nel 28%, a 15 nel 9%, a 17 nel 7%. I dati della Fondazione Abio Italia evidenziano pure che negli ospedali generali circa 1 bambino su 4 (26%) nella fascia 0-18 anni viene ricoverato in reparti per adulti, una situazione che in termini assoluti ha riguardato nel 2021 oltre 112mila minori tra 0 e 18 anni. Il fenomeno ha connotazioni diverse a seconda dell'età: tra 15 e 18 anni ben il 70% finisce con gli adulti; tra i 5 e 14 anni succede al 36% dei minori; tra 1 e 4 anni al 15% e, seppur in percentuale molto ridotta (2%), succede persino ai piccoli di età compresa tra 0 e 12 mesi. Molto variabile è il comportamento delle Regioni, oscillando da un minimo del 14% di minori ricoverati con adulti registrato nel Friuli Venezia Giulia al 44,5% del Molise, con 9 Regioni sopra la media nazionale.

"Le fasce di età - spiega Rino Agostiniano, presidente Sip - evidenziano due problematiche diverse. Per gli adolescenti è proprio un problema di riconoscimento del diritto ad essere curati in reparti dedicati, perché le regole sono diverse a seconda delle aree del Paese. Per i bambini è una questione di organizzazione degli ospedali, perché se è vero che non tutte le strutture del territorio hanno reparti pediatrici, basterebbe però avere aree di ricovero per età pediatrica e far spostare gli specialisti per le visite - ortopedico, gastroenterologo eccetera - e non il contrario, come avviene oggi, con i bimbi ricoverati nei reparti dove è presente lo specialista di riferimento. Meglio sarebbe far spostare i medici, non i bambini". Quindi, "per le fasce dei più piccoli è un problema solo di volontà organizzativa, perché la normativa c'è", mentre "per gli adolescenti la realtà è diversificata non solo da regione a regione, ma da provincia a provincia e persino per struttura a struttura. Sul territorio l'età pediatrica è 0-14 con il pediatra di libera scelta. Negli ospedali la situazione è variegata: in alcune strutture va fino a 14, in altre fino a 16, in altre ancora fino a 18", evidenzia Agostiniani. Ma seppure "sarebbe più opportuno portare a 18 anni l'assistenza pediatrica in maniera generalizzata, anche in questo caso bisognerebbe prevedere una diversa organizzazione per le Pediatrie. Non basta dirlo, bisogna poi mettere in atto anche delle modifiche dei reparti, perché un 17enne in Pediatria non può essere tenuto insieme al bambino di 18 mesi. E quindi ci devono essere, nell'ambito dell'area pediatrica, parti dedicate alle diverse fasce d'età. In ogni caso la prima cosa da fare è che diventi una logica diffusa - e seguita da tutti - che i bambini, i ragazzi, le ragazze abbiano, perché ne hanno bisogno, dei posti all'interno delle strutture ospedaliere, ma anche a livello territoriale, con persone dedicate a loro, che siano in grado di garantire ambienti adeguati e le giuste di modalità di porsi".

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